

Uno sportivo a tutto tondo Fabio Benevelli visto che ha praticato diverse discipline, dal nuoto alla pallanuoto, dalla boxe francese al rugby, al canottaggio. «Parallelamente, avevo una grande passione per la pesca in apnea. Ho iniziato negli anni '90, un po' come tutti all'epoca: tanta passione, ma poche nozioni tecniche», comincia a raccontarci.
Filippo Carletti
Come è iniziata la tua avventura nel mondo dell'apnea e come sei arrivato a fare il coach?
«Da sempre lo sport è stato presente nella mia vita: ho praticato fin da piccolo nuoto, pallanuoto, boxe francese, rugby, canottaggio. Con gli anni mi avvicino alla pesca in apnea. Ho iniziato negli anni '90 e, un po' come tutti all'epoca, avevo tanta passione, ma poche nozioni tecniche. Nel 2000, a causa di un incidente in apnea risoltosi con tanto spavento, ma nessuna conseguenza, arriva la consapevolezza della necessità di formarsi e di capire. Da lì inizia il mio percorso, prima come allievo, poi come tecnico e infine come allenatore.
«La mia svolta come allenatore è avvenuta quando ho incontrato Tatiana Di Poi. Osservando come atleti il mondo dell’apnea dell’epoca, abbiamo notato, a parità di prestazioni, tanti approcci e idee differenti. Da lì a poco ci siamo chiesti: "Abbiamo voglia di approfondire le metodologie di allenamento?". Risultato della collaborazione: in un anno Tatiana è stata convocata in Nazionale, diventando la quarta donna al mondo a toccare i 200 metri in dinamica. Da lì il percorso è stato via via più articolato, si sono affidati a me sempre più atleti, tra cui Martina Mongiardino, Angelo Sciacca e tanti altri. Questa ricchezza di materiale umano ed atletico mi ha impegnato in un percorso di studio ed integrazione di tutte le competenze trasversali in mio possesso e contemporaneamente questo processo che coinvolge aspetti emotivi, motivazionali, tecnici, atletici, metabolici, mi ha permesso di performarli al meglio.
A questo proposito, come sono cambiati i tuoi allenamenti nel corso degli anni?
Il mio concetto di allenamento, inteso come crescita, è fluido e in continua evoluzione.
Se ripenso agli allenamenti di una volta e li confronto con quelli di oggi, sono cambiati tantissimo. E proprio grazie al non essere rigido e legato indissolubilmente ad un’idea, che tra i miei atleti si sono fatti progressi enormi. Anche io, esattamente come i miei ragazzi, raggiungo dei limiti di progressione e devo continuamente confrontarmi con questi "muri": mi accorgo dei miei limiti, mi arrabbio, studio, progetto, evolvo fino al limite successivo.
Come allenatore invito i miei atleti a non identificarsi rigidamente con schemi, metodi o convinzioni preconcette, li invito ad osservare con lucidità il proprio percorso e di riconoscere, quando emerge un limite, che non tutto ciò che ci ha portato fin lì continuerà necessariamente a farci progredire. Li incoraggio costantemente a conservare ciò che per loro è attuale e a lasciar andare con coraggio ciò che non funziona più o addirittura li ostacola. Secondo me la vera maturità agonistica consiste nel saper mettere in discussione le proprie certezze ed affrontare il futuro con la curiosità e il coraggio di chi considera ogni limite non come una barriera ma come un’opportunità.
Ad esempio, recentemente ho rivalutato l’importanza di lavorare su determinati meccanismi metabolici piuttosto che altri, quello che non è cambiato è la centralità data alla componente atletica: sono sempre stato, e continuo ad essere, un grande fan della preparazione fisica come supporto alla prestazione.
Certo, si vedono atleti che, pur con poca preparazione atletica, riescono a coprire lunghe distanze; probabilmente questo ha a che fare con un allenamento (o meglio adattamento) soprattutto mentale. Il fatto che i risultati sembrino così interessanti non deve farci però pensare che la parte mentale sia sufficiente. Ogni sport necessita di un’attenzione alla componente mentale e l'apnea non fa eccezione. Con un buon focus si possono raggiungere ottimi risultati, che però rischiano, se non supportati da adeguata preparazione fisica, di stagnare una volta raggiunto un certo livello.
Questo non significa che il lavoro mentale ed emotivo non sia necessario o che io lo trascuri, semplicemente viene integrato all’interno della programmazione come qualunque altro componente, sia esso tecnico, muscolare, metabolico o strategico.
Il peso specifico di ciascun componente è estremamente variabile e va personalizzato sartorialmente su ciascun atleta.
Quando osservo i migliori al mondo, campioni ai vertici mondiali, vedo atleti preparati, muscolarmente e tecnicamente efficienti, in continua evoluzione. A solo titolo di esempio Malina ha recentemente ritoccato i record del mondo con una nuotata decisamente più veloce ed efficace rispetto a pochi anni fa e questo si ottiene, secondo il mio pensiero, con il lavoro fisico. Anche confrontandomi con loro e leggendo loro interviste mi accorgo che si tratta di gente che lavora duro e cura minuziosamente i minimi dettagli. Per arrivare a risultati di vertice servono indubbiamente dedizione, studio e tanta fatica.
Prestazioni ottenibili con allenamenti solo “mentali” sono ormai lontane decine di metri dal vertice mondiale e il divario sta aumentando.
Vorrei citare 2 atleti dei molti che alleno ad esempio di come un lavoro mirato possa portare a risultati con varie tipologie di atleti:
Francesco Colarullo, atleta molto esperto che era fermo a circa 155 metri a rana e 210 con la monopinna. Abbiamo iniziato un lavoro specifico, integrando in modo efficiente competenze consolidate e nuove competenze. La situazione si è sbloccata e quest’anno Francesco ha ottenuto 184 metri a rana e 250 con la monopinna.
Altro atleta è Felice Tofani, che incorreva in incidenti ripetuti poco oltre i 150 metri, con un lavoro cucito su misura negli ultimi anni ha superato abbondantemente i 220 metri ed è in continua crescita.
Come dividi gli allenamenti a secco e in acqua per i tuoi ragazzi?
Prendiamo ad esempio alcuni miei atleti di punta: Cristina Francone, Damiano Zornetta, Giuseppe Fusto. Loro fanno dai 6 ai 10 allenamenti a settimana. Di questi, 3 o 4 sono in acqua: le sessioni di apnea sono appena 1 a settimana, o in certi periodi 2 ogni 3 settimane, il resto del lavoro in acqua è nuoto tecnico, metabolico o muscolare, sempre calibrato in base alla fase della stagione e alle caratteristiche specifiche dell'atleta. Credo che l’apnea non si alleni solo con l’apnea, ma necessiti di lavori, anche molto duri, non apneistici. Per farti un esempio, su 10 allenamenti settimanali di Giuseppe Fusto, ce n’è solo 1 veramente duro di apnea e solo per brevi periodi durante l’anno.
Cristina Francone prima degli appena conclusi mondiali ha fatto 2 allenamenti di apnea ogni 3 settimane. I risultati di entrambi sono sotto gli occhi di tutti. (oro mondiale e bronzo mondiale rispettivamente)
Gli allenamenti a secco non li curo io direttamente; do indicazioni tecniche precise, ma preferisco che siano seguiti da un preparatore atletico qualificato per quanto riguarda stretching, potenziamento e circuiti metabolici in palestra.
Quali atleti di punta hai allenato? Bisogna essere già nell'élite per chiederti di essere seguiti?
Non cerco necessariamente atleti già arrivati. Io cerco persone con "la bava alla bocca". Voglio atleti affamati, che abbiano una voglia feroce di fare, che siano fortemente motivati a raggiungere il loro obiettivo. È la fame, la grinta, il desiderio puro e la voglia di allenarsi che mi conquistano. Una volta è venuto da me un atleta che aveva persino paura dell'acqua. Mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: "Io voglio virare i 150 metri". L'ha detto con una tale fiamma negli occhi che mi ha subito conquistato. Gli ho risposto: "Certo! Lavoriamo!".
Non mi interessa vendere un pacchetto standard o avere una scuderia enorme di atleti. Il mio target ideale è un atleta mediamente evoluto: non deve per forza avere già prestazioni importanti, ma deve avere un atteggiamento compatibile con il mio modo di allenare e avere fame. Voglio offrire una possibilità a quella cerchia di atleti che, per la loro indole, faticano a trovare il loro spazio nell’apnea come è spesso intesa in Italia. Mi piace seguire atleti che portino nel mondo dell'apnea grinta, disciplina, sacrificio e passione.
Se parliamo di risultati assoluti, dal 2013 ad ora ho avuto la fortuna di accompagnare tanti atleti verso traguardi straordinari. In ordine cronologico, tra i tanti:
Questo solo per elencare i risultati internazionali.
Organizzi anche ritrovi o eventi dal vivo?
Sì, abbiamo un appuntamento fisso durante il ponte dell’Epifania. Si tiene a Tenero, in Svizzera. Sono 3 o 4 giorni di lavoro intensissimo; ha sempre un ottimo successo, si lavora duro e con atleti evoluti.
Inoltre, mi piace molto collaborare con le squadre e atleti esterni. Mi fa piacere se qualcuno studia, prova, sperimenta le mie idee e si apre ad un confronto per crescere insieme. È una dinamica estremamente funzionale.
Insieme a Cristina Francone, siamo disponibili ed entusiasti di organizzare stage di 2 o 3 giorni da noi o presso le sedi delle squadre. Se c'è interesse, contattandomi, si può trovare la formula più adatta. Questo indipendentemente dal livello ed età degli atleti: siano essi Junior, Senior o, i sempre più numerosi ed agguerriti Master.
Come funziona il percorso per chi vuole farsi allenare da te, anche se vive a distanza?
Risiedo e alleno stabilmente nella Svizzera Italiana, vicino a Locarno, presso il Centro Sportivo Nazionale della Gioventù di Tenero. È una struttura meravigliosa, che consente a numerose realtà di praticare sport ad ogni livello. Durante la settimana alleno regolarmente lì la nostra squadra di circa 30 persone.
Alleno inoltre numerosi atleti a distanza. Al primo contatto dobbiamo capire se c’è compatibilità e, se decidiamo di collaborare, facciamo un colloquio iniziale approfondito per definire gli obiettivi a medio e lungo termine. Ascolto i desideri dell'atleta, insieme li ripuliamo e li trasformiamo in obiettivi.
Sono fermamente convinto che il fulcro del lavoro sia il continuo confronto tra l’atleta e l’allenatore.
Parallelamente al coaching sportivo, hai intrapreso un percorso come Counselor. Come si integrano le due cose?
È nato tutto quasi per caso, come le cose migliori. Volevo fare un Master in Coaching, ma per una serie di errori sono finito in un'associazione di Counseling! Ho intrapreso questo Master triennale e ne sono felicissimo, mi ha fornito competenze relazionali ed emotive fondamentali nel mio attuale ruolo. Il Counseling, nei paesi anglosassoni, è considerata una branca della psicoterapia; in Italia e in Svizzera è una professione a sé stante.
Lo scopo del Counseling è accompagnare la persona verso la migliore versione di sé. Non si tratta necessariamente di farti "performare" (quello è il ruolo del coach sportivo), né di scavare nel tuo passato profondo, ma di prendere atto di chi sei nel "qui e ora" e aiutarti a fiorire.
Nello sport agonistico, questo può sembrare in contrasto con l’obiettivo dell’allenatore. Ci sono momenti in cui l'ossessione per il risultato sportivo diventa un ostacolo per la serenità e l'evoluzione umana della persona. Nel momento in cui emerge alla consapevolezza dell’atleta che il suo bene non è più la prestazione in apnea, perché sono subentrate altre priorità — emotive, familiari, di vita — il mio compito diventa quello di accompagnarlo verso un ritiro consapevole, che sia definitivo o anche solo temporaneo.
Bisogna avere la maturità di capire che le cose hanno un inizio, uno sviluppo e una fine. In questo sport, dalla mia esperienza, il ciclo di crescita agonistica dura circa 4 anni. Dopo, si fa il punto della situazione. Se c'è ancora fuoco, si ricomincia; altrimenti sono estremamente sereno nel lasciare andare un atleta che è appagato da quanto ottenuto o che sta semplicemente guardando ad altre fasi della sua vita. Certo, potrei prolungare la carriera di un campione per altri 10 anni "diluendo la pittura" pur di tenerlo legato a me, ma non è quello che mi interessa. Dall'esterno può sembrare che io li abbia spremuti, ma la verità è che li rispetto troppo per non accettare che il nostro viaggio sportivo si sia concluso nel migliore dei modi.
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