

La fotografia ha sempre mosso qualcosa di profondo dentro di me, fin dall’infanzia. Quando è arrivato il momento di scegliere l’università, avrei voluto studiarla formalmente, ma alla fine mi sono orientata verso architettura: una decisione guidata dai miei genitori matematici, più inclini alla scienza. All’epoca non avrei mai immaginato che la fotografia sarebbe tornata nella mia vita, non con una macchina in mano, ma dall’altra parte dell’obiettivo, come soggetto di esplorazione
Simona Auteri
C’è una sequenza bellissima nel film italiano La grande bellezza, di Paolo Sorrentino, in cui un personaggio si fotografa ogni giorno per anni. Le immagini sono semplici, quasi nude; solo un registro del tempo che passa, lo stesso volto incorniciato ancora e ancora in momenti diversi. Ogni fotografia è ordinaria, frammenti di vita comune, eppure insieme suggeriscono una verità silenziosa: pezzi di noi spariscono ogni giorno, per poi riapparire la mattina successiva in forma leggermente diversa. C’è una malinconia in questa idea, ma anche una libertà, un promemoria che siamo sempre in divenire, sempre in trasformazione sottile.
Mano a mano che imparavo a muovermi nell’acqua e a sentirmi più a mio agio, cercavo ogni occasione per lavorare con i fotografi. Al di là delle gare e dei record, l’acqua diventava uno specchio in cui potevo osservare la donna che stavo lentamente diventando. In quegli anni di viaggi intensi ed esperienze attraverso l’apnea, la fotografia, assieme alla scrittura quotidiana, è diventata un archivio esterno della memoria, catturando il passare del tempo e preservando frammenti di me che altrimenti sarebbero rimasti inosservati. Ogni immagine e ogni riga scritta mi permettevano di seguire trasformazioni sottili, creando uno spazio tranquillo per esplorare chi ero dall’esterno.
Ci sono immagini di giorni di allenamento ordinari, di concentrazione e tensione prima delle gare, e del rilascio che seguiva. La fotografia “split-shot”, resa possibile dalle cupole curve delle custodie subacquee, permetteva alla superficie e alla profondità, all’aria e all’acqua, di coesistere in un unico scatto; il visibile e l’invisibile in dialogo. E poi c’erano le immagini posate, costruite attorno al semplice atto di restare sospesa sott’acqua con un solo respiro.
Le fotografie più impegnative erano quelle scattate senza maschera, occhialini o tappanaso, spesso a meno di un metro dalla superficie. Apparire calma in quegli scatti richiedeva un tipo di sforzo invisibile. L’acqua salata entrava nei seni nasali e talvolta poteva provocare infezioni se non veniva accuratamente risciacquata, e i polmoni dovevano essere parzialmente svuotati per non far galleggiare subito verso la superficie. Senza maschera, la mia visione si dissolveva in forme e ombre, eppure dovevo mantenere un’espressione che suggerisse familiarità e sicurezza con il liquido elemento. Ciò che appare naturale nell’immagine finale era spesso il risultato di un attento controllo e di tentativi ripetuti.
Ogni fotografo portava la propria interpretazione della persona che ero ai loro occhi. La complessità e la sottigliezza della mia personalità prendevano sfumature diverse dietro i singoli obiettivi, rivelando temi che non avevo mai affrontato così direttamente. Attraverso queste immagini ho esplorato femminilità e forza, leggerezza e gravità, assenza di peso e indipendenza, presenza e mistero. È stato un vero atto creativo, guidato da un senso estetico architettonico, dove forma, luce e ombra si fondevano e si stratificavano l’una sull’altra.
La raccolta di fotografie è diventata una sorta di mappa - non di risultati o profondità raggiunte -, ma di un paesaggio interiore che lentamente prende forma.
Che fossi tra i coralli colorati del Mar Rosso oppure sospesa nella quiete luminosa delle acque basse, ogni immagine custodiva la stessa ricerca silenziosa: capire chi stavo diventando, un momento sospeso alla volta. Nel loro insieme, questi scatti hanno formato un diario visivo del cambiamento. Una testimonianza di un sé che impara dove appartiene davvero.

