

Riconosciuto come il re del Constant Weight No Fins (CNF), pochi però sanno che le fondamenta della sua tecnica hanno radici anche nella didattica italiana e che il suo approccio mentale è strutturato quasi scientificamente
Filippo Carletti
William, partiamo dalle origini. Quali sono i nomi e le esperienze che hanno plasmato l'atleta che sei oggi?
«Tutto è iniziato con le immagini de Le Grand Bleu; quel film ha lasciato un segno profondo in me. Crescendo su una barca, l’apnea faceva parte del mio quotidiano, anche se non la consideravo ancora uno sport. La consapevolezza è arrivata nel 2002, quando ho scoperto i nomi di Pelizzari e Pipin. L’anno successivo decisi di iscrivermi a un corso con Umberto, in Sardegna: sono rimasto lì per allenarmi, imparare l'italiano e dare ufficialmente il via alla mia carriera».
Perché hai scelto proprio il CNF (Assetto Costante senza pinne) come tuo terreno d'elezione?
«Per me il CNF è l'espressione più pura del potenziale umano. Quasi tutti gli sport acquatici si svolgono in superficie, sfruttando la velocità dell’aria, o usano l'acqua per la propulsione come nel nuoto, dove ciò che accade fuori dalla superficie è fondamentale. Perfino nel nuoto sincronizzato l’azione viene vista dall’esterno e l’intera performance richiede di respirare più volte. Ma l'apnea è l'unica disciplina in cui l'azione è 100% subacquea. Nel No Fins, in particolare, senti tutto: il glide, la pressione dell'acqua su mani e piedi. È un ballo intimo con l'elemento, una disciplina olistica che ti connette al mare in modo totale. Non ci sono attrezzature o materiali performanti. Sei a tu per tu con l’elemento».
A proposito delle tue radici Italiane. Nel 2003 hai studiato con Umberto Pelizzari e hai poi contribuito a tradurre i manuali di Apnea Academy. Come ha influenzato la tua tecnica uno stile così incentrato sulla rilassatezza e sul diaframma, considerando che il CNF è estremamente fisico?
«Essere diventato istruttore nel 2004 e aver lavorato sui testi di Umberto mi ha aiutato a capire come trasmettere questo sport. I concetti di Apnea Academy su respirazione e rilassamento restano le fondamenta che insegno ancora oggi, perché spesso mancano anche agli apneisti esperti. Tuttavia, ho aggiunto degli elementi personali "estremi" per scendere oltre i 100 metri: sono stato tra i primi a introdurre lo stretching polmonare specifico, il reverse packing, i massaggi interni e il pranayama avanzato. Ho cercato di creare un protocollo per intensificare il Riflesso d'Immersione (MDR) e per innescarlo prima. Più velocemente entriamo in blood shift, più ossigeno conserviamo. Usando blocchi con la lingua o i bandha per evitare le contrazioni, riusciamo a ottimizzare la fisiologia: è un approccio che ho testato scientificamente e che insegno nei miei corsi».
L’approccio italiano di quegli anni da cui provieni è spesso visto come "romantico" e istintivo. Tu invece sembri quasi un ingegnere del movimento. Come concili queste due visioni?
«Considero Pelizzari come un mentore e Jacques Mayol come una sorta di "nonno" spirituale. Ricordo ancora il primo anno in Sardegna: ero appassionato di rana subacquea, ma allora non era una disciplina considerata nei mondiali. Chiesi a Umberto: "Posso fare un tuffo a rana?". Lui mi guardò stranito: "Perché vuoi fare una cosa simile?". Mi seguì fino a 38 metri pensando fosse una bizzarria, ma negli anni ha capito l'importanza di quella intuizione. Senza un rapporto spirituale con il mare, l’apnea non può durare nel tempo. Allo stesso modo, mi considero uno scienziato della prestazione: analizzo ogni dettaglio, dalla nutrizione alla periodizzazione. L'apnea è come un set di dieci piatti che devono girare contemporaneamente (ipossia, tecnica, rilassamento, flessibilità, eccetera): se uno rallenta, rovina l’intera esibizione. Se in uno sport terrestre in media gli aspetti principali sono 5 o massimo 7, nell’apnea se ne contano 10 che sono imprescindibili e senza i quali non si può effettuare un buon tuffo!».
Hai teorizzato il concetto di "Mental Immune System". Cosa accade nella tua mente quando negli abissi, nel buio del Dean’s Blue Hole, arriva la narcosi?
«Il mare mi ha insegnato la tecnica della Observer Mind (Mente Osservante). È una perla che ho trovato negli abissi e che cerco di portare in superficie per tutti. Durante la preparazione, i pensieri negativi affiorano. Se reagiamo emotivamente, perdiamo il rilassamento e il tuffo è compromesso. Dobbiamo astenerci dal desiderio di respirare troppo e comprendere che noi non siamo ciò che pensiamo. Infatti, più riusciamo ad attivare intensamente e in anticipo il blood shift e più riusciremo a conservare Ossigeno. I livelli di CO2 non devono diminuire iperventilando, magari per via di ansia o stress, perché questa diventa un prezioso compagno di viaggio che ci permette di massimizzare i processi di efficienza metabolica. Il trucco è proprio capire che i pensieri non sono "nostri", sono solo contenuti della coscienza. Immaginate di essere in un fiume torbido e lottare per tenere la testa fuori: la "Observer Mind" è la capacità di fare un passo di lato, sedersi sulla riva e guardare il fiume scorrere con distacco. A 60 metri di profondità, a volte smetto di percepire il tempo e le emozioni: rimango solo un punto di pura coscienza senza corpo. L'apnea ti regala questo stato di grazia. Non si tratta solo di restare calmi, ma di avere una risposta attiva allo stress».
Cambiamo argomento I record mondiali sembrano avvicinarsi a un limite fisiologico. Vedremo mai la fine dei nuovi primati?
«L'agonismo è insito nella natura umana, vogliamo sempre sfidarci. Io ho cercato di vivere la sfida contro me stesso e i miei record, il che è più sano della lotta contro gli altri. Da questo punto di vista potrei considerarmi fortunato. Oggi i top level non sono più limitati dalla compensazione, ma dall'ipossia e dal rischio di patologie da decompressione (DCI). Negli ultimi dieci anni i record non sono migliorati drasticamente come nel decennio 2000-2010; ci stiamo avvicinando a una soglia molto difficile da superare, ma continueremo a provare».
Novità sul fronte Vertical Blue?
«Per il 2026 abbiamo programmi "top secret". Preferisco non parlare troppo dei miei obiettivi personali per non disperdere la spinta motivazionale. Quando condividi troppo dei tuoi sogni, chi ti vuole bene già ti ricompensa tanto con auguri e belle parole. Questo rischia di soffocare la motivazione raggiungendo in anticipo una sorta di ricompensa emotiva. Per quanto riguarda l'evento, quest'anno faremo una gara ristretta per motivi logistici (l'aeroporto principale dell'isola è chiuso). Ma per il 2027 torneremo "alla grande": 42 atleti, il sistema Dive Eye e una produzione massiccia».
Come vedi il futuro dell’apnea?
«Noto come sempre più persone si stiano appassionando a questo sport. la cosa mi fa enormemente piacere, poiché più gente entra in mare e più saranno coloro che se ne prenderanno sempre più cura, sviluppando sensibilità nei suoi confronti. Dall’altro lato non posso fare a meno di osservare che c’è una nuova corrente che punta più su Ego e follower, dove l’apnea viene trattata come uno sport qualsiasi e in cui non ci si prende poi così cura dell’ambiente in cui ci immergiamo, né ci si prende cura del proprio corpo. Per tanti anni questo genere di cose è sempre stata esterna al mondo dell’apnea, il fatto che sia riuscita a entrare mi dispiace molto. Tuttavia, se l’approccio al nostro sport resterà quello di sempre, quello degli innamorati del mare e di questa pratica, riusciremo a mantenere pura la nostra amata disciplina».
Molti ti associano solo alla profondità, ma quanto conta per te l'allenamento indoor?
«Moltissimo. Ho calcolato di aver percorso 6.000 chilometri sott'acqua in carriera. In piscina alleni la tecnica di base. Io ho fatto 186 metri in DNF (Dinamica senza pinne) e 211 in allenamento pur avendo una capacità polmonare normale, a differenza di campioni come Malina, che hanno polmoni enormi. La profondità è il "grande livellatore": lì non conta quanto sei grosso, ma quanto sei idrodinamico e preciso. Un polmone troppo carico comporta una serie di svantaggi, sia in discesa che in risalita. Diventare negativo troppo tardi, richiede un dispendio maggiore per raggiungere la fase neutra del tuffo, mentre zavorrarsi maggiormente per diventare negativo a quote inferiori comporta una risalita con un carico maggiore da trasportare».
Ti rivedremo presto in Italia?
«Sicuramente tornerò l'anno prossimo! Per chi volesse allenarsi con me, seguo pochissime persone alla volta (massimo 4) in percorsi 1:1, oppure c'è la mia piattaforma online con oltre 80 video tecnici su stretching polmonare e allenamenti. Potete trovare link e contenuti sul mio profilo instagram. Un ultimo semplice consiglio per chi inizia: affidatevi a una buona didattica, ma non smettete mai di sperimentare su voi stessi e di condividere le sensazioni con i vostri compagni».

