

Pescatore professionista che vive in Sardegna ci racconta come insidia i serranidi e come occorrano astuzia e calma per riuscire a portarli a tiro. Bisogna infatti anticiparne le mosse e studiare il fondale con grande attenzione
Emiliano Brasini
Negli ultimi anni hai notato variazioni nelle zone frequentate dalla cernia? Parliamo di profondità, tipologia di tana, distribuzione geografica…
«Occorre fare una premessa. La cernia è un pesce tutt’altro che statico. Si tratta infatti di una specie piuttosto mobile che, in base alla stagione, varia anche la propria distribuzione in base alle batimetriche. Può quindi capitare, soprattutto in tarda primavera ed estate, di incontrare esemplari, anche di grosse dimensioni, a quote inferiori rispetto a quelle in cui vivono abitualmente. Detto questo, non bisogna pensare a grandi variazioni per quanto riguarda le tane che, nel tempo, hanno sempre offerto le condizioni ideali per questo tipo di pesce. Una tana valida rimane tale: tolto un esemplare, è molto probabile che venga presto occupata da un’altra cernia. E’ praticamente garantito».
Quali caratteristiche deve avere uno spot per essere considerato “attivo” per la presenza stabile delle cernie? Struttura del fondo, presenza di mangianza, correnti.
«Per essere considerato davvero attivo, deve presentare precise caratteristiche morfologiche. La cernia predilige spaccature profonde, zone caratterizzate da tettoie e, in generale, strutture rocciose che creano vere e proprie “capannine”, soprattutto se associate a fondale sabbioso. Questi sono gli elementi chiave che rendono un’area potenzialmente idonea. Detto questo, l’aspetto morfologico da solo non basta. Se, osservando la zona, si nota la presenza di corvine e saraghi, allora la probabilità di incontrare anche il serranide sono elevate. In particolare, i saraghi - soprattutto i fasciati - sono ottimi indicatori. Personalmente li considero come dei “cani da caccia”: la loro presenza e il loro comportamento possono fornire indicazioni davvero utili sulla qualità e sull’attività della zona».
In quali periodi dell’anno osservi il maggiore insediamento o concentrazione di esemplari adulti? E quanto incidono temperatura e condizioni meteo-marine?
«Posso dire che il picco delle catture lo raggiungo normalmente nel mese di giugno. Chiaramente, di anno in anno può cambiare: se la stagione è in anticipo o in ritardo, anche i tempi si spostano, quindi non esiste una regola fissa. Tuttavia, è proprio in questo periodo che, generalmente, incontro gli esemplari più grandi. Detto questo, continuo a prendere cernie anche nei mesi successivi, come luglio e agosto: in quel periodo la presenza è comunque una certezza. Se però parliamo di numero massimo, il riferimento principale resta giugno. Per quanto riguarda le condizioni, qui si apre un discorso interessante. Tutto può influire, ma - e qui ti faccio sorridere - a volte sembra che nulla abbia davvero senso. Ci sono giornate in cui entri in acqua con situazioni apparentemente perfette di mare, corrente, visibilità e saresti pronto a scommettere su una grande cattura, ma poi torni a casa a mani vuote. Altre volte, invece, vai in mare quasi scoraggiato perchè la corrente è sbagliata, il vento poco favorevole, la visibilità non ideale… e arriva il cernione. È il bello (e il difficile) della pesca: il mare ha sempre l’ultima parola e, spesso, rimescola le carte quando meno te lo aspetti».
Hai riscontrato differenze tra esemplari giovani e adulti nella scelta delle tane?
«In linea di massima direi di no, non ci sono grandi differenze. Si tratta più che altro di situazioni specifiche, episodi singoli che vale la pena osservare. Capita, ad esempio, che una cernia scelga una determinata spaccatura e continui a utilizzarla nel tempo. Crescendo, però, quello stesso rifugio può diventare troppo piccolo rispetto alle sue dimensioni, e allora si sposta. Ma non sempre. In alcuni casi ho infatti notato che l’animale tende comunque a restare fedele a quella tana, anche quando non è più adeguata. È curioso osservare come, per entrarci, non utilizzi più il movimento classico, ma sia costretta ad adattarsi: spesso si infila di taglio oppure completamente in orizzontale, perché il passaggio è diventato troppo stretto. È un comportamento interessante da osservare. In linea generale ho notato che gli esemplari più grandi tendono a vivere a maggiori profondità. Ciò probabilmente è legato al fatto che in quelle zone trovano maggiore tranquillità e minore disturbo. La cernia, infatti, predilige ambienti stabili e poco frequentati. Al contrario, i serranidi più giovani - anche di 6 o 7 etti - si incontrano facilmente in acque basse. Sono più curiosi, più vivaci e meno diffidenti. Con la crescita, però, questo atteggiamento cambia progressivamente, diventando più prudente e schivo».
Negli ultimi 10 anni, come è cambiata la presenza della cernia bruna nei nostri mari? Più abbondante, più diffidente, più profonda?
«Negli ultimi dieci anni, se devo essere sincero, non ho riscontrato grandi differenze. C’è però un aspetto fondamentale da considerare: la cernia, come la spigola o qualsiasi altro pesce, segue delle dinamiche naturali che vanno ad annate. Ci sono periodi in cui la presenza è maggiore e altri in cui è più ridotta. La causa precisa di queste variazioni non è semplice da individuare - e probabilmente non esiste una spiegazione unica -, ma è evidente che entrano in gioco diversi fattori: condizioni climatiche, successo riproduttivo negli anni precedenti, disponibilità di cibo e movimenti migratori. Per fare un esempio concreto, lo scorso anno ho registrato il mio record personale di catture di dentici: non mi era mai capitato, in tanti anni, di incontrarne così tanti. Evidentemente si è verificata una combinazione favorevole - magari legata a una riproduzione particolarmente abbondante nelle stagioni precedenti - che ha portato a un aumento significativo della popolazione. A un certo punto, questi pesci si sono concentrati in massa in una determinata zona, permettendomi di vederli con grande frequenza. Ma basta pensare che, se si fossero spostati anche solo di pochi chilometri rispetto a quella secca, probabilmente non li avrei mai visti e avrei continuato a percepire una situazione stabile. Per questo motivo, la mia idea è che il mare funzioni per cicli: equilibri dinamici in cui le popolazioni ittiche aumentano e diminuiscono nel tempo. E i pesci, naturalmente, sono parte integrante di questi cicli. E’ una mia teoria, che ho maturato nel tempo. Ho l’impressione che il mare abbia una sorta di capacità di autoregolazione, come se fosse un sistema unico, quasi un organismo. Quando si crea una carenza, sembra che in qualche modo sia in grado di compensarla. Lo paragono a ciò che accade nel corpo umano: quando ci procuriamo una ferita, entrano in gioco meccanismi automatici - come l’azione delle piastrine e la risposta dei tessuti - che lavorano per ristabilire l’equilibrio e proteggere l’organismo. Allo stesso modo, credo che nel mare possano esistere dinamiche simili, però su scala diversa. Potrebbe essere una lettura suggestiva, o semplicemente una mia interpretazione, ma l’idea è che esista una sorta di equilibrio naturale che tende, nel tempo, a ristabilirsi».
Quanto influisce la pressione di pesca (subacquea e professionale) sull’insediamento delle cernie? Noti zone “svuotate” o, al contrario, aree in recupero?
«La pesca, in qualunque forma venga praticata, ha ovviamente un impatto. Se in una determinata zona o in un tratto di mare si impedisce l’attività di prelievo, è naturale che nel tempo si riscontri una maggiore presenza di viti. Questo è evidente. Allo stesso tempo, secondo il mio punto di vista, i pesci rappresentano anche una risorsa alimentare per l’uomo. Fa parte di un equilibrio naturale: se esistiamo, è ragionevole pensare che possiamo nutrirci anche di ciò che il mare offre. Questo, per me, è il modo più corretto di inquadrare la questione. Detto ciò, il tema del depauperamento delle risorse è più complesso. Non riguarda solo le tecniche di pesca - che siano professionali, subacquee o con la lenza - ma anche un fattore fondamentale: l’aumento della popolazione. Negli anni, infatti, sono cresciuti sia i pescatori professionisti sia quelli sportivi. Il motivo è semplice: siamo sempre di più! Quando ero ragazzo, la popolazione mondiale era di circa quattro o cinque miliardi di persone; oggi siamo molti di più. È quindi inevitabile che la pressione sulle risorse aumenti. Non si tratta solo di dire che il prelievo si è intensificato, bensì di capire perché: più persone significano maggiore richiesta di cibo e, di conseguenza, maggiore sfruttamento delle risorse disponibili. In questo contesto, le aree protette - zone in cui la pesca è vietata - possono avere un ruolo importante, fungendo da veri e propri “polmoni” per il mare. Se gestite correttamente e se funzionano, rappresentano uno strumento utile per contribuire al mantenimento dell’equilibrio».
Qual è oggi la profondità media alla quale trovi più frequentemente esemplari di taglia interessante? È cambiata rispetto al passato?
«Chi pesca con la canna, ad esempio, continua a fare catture in generale più o meno alle stesse profondità di sempre. Per quanto riguarda la cernia, quindi, è difficile stabilire se ci sia stato un reale incremento numerico. Per chi va sott’acqua, è evidente che più si resta su quote ridotte, maggiore è la probabilità che anche altri pescatori possano accedere a quegli stessi spot. Al contrario, scendendo più in profondità, il numero di praticanti diminuisce e, di conseguenza, aumentano le possibilità di lavorare in condizioni meno sottoposte a pressione, anche se la difficoltà e il rischio aumentano. Va anche detto che negli anni l’approccio alla pesca è cambiato molto. Un tempo, raggiungere i 30 metri era considerato un livello elevato; oggi, invece, molti apneisti, già dopo i primi corsi di formazione, sono in grado di raggiungere quelle quote con relativa facilità. Parallelamente, pure l’evoluzione delle attrezzature ha inciso: l’introduzione di sistemi come il piombo mobile e altre soluzioni ha permesso di adattare meglio la pesatura e migliorare l’efficienza. Questo ha portato tanti a spingersi più giù rispetto al passato. Di conseguenza, una parte delle catture oggi avviene a profondità maggiori non necessariamente perché i pesci siano cambiati, ma perché è cambiato il modo di immergersi e la capacità media dei praticanti».
Quando individui una tana, quali segnali ti fanno capire che è effettivamente occupata da una cernia? Dettagli visivi, tracce, comportamento di altre specie…
«In parte a questa domanda ho già risposto. In generale, la presenza della cernia si può intuire soprattutto attraverso la morfologia dello spot e l’osservazione dell’ambiente circostante. Un primo elemento è il livello di “vivacità” dell’area: la presenza e il comportamento degli altri pesci possono dare indicazioni importanti. Un altro segnale utile è la cosiddetta “spennellata” fuori dalla tana: si tratta di segni lasciati dal passaggio ripetuto della cernia, che nel tempo possono indicare un utilizzo attivo del rifugio. Un ulteriore indizio può essere osservato durante la discesa. Ad esempio, se arrivando sul fondo si nota che piccoli pesci come le castagnole si rifugiano improvvisamente all’interno di uno spacco, può essere un segnale della presenza di una cernia all’interno o nelle immediate vicinanze. Tali comportamenti, presi nel loro insieme, aiutano a interpretare lo spot e a capire se è effettivamente frequentato».
Dal punto di vista tecnico, quale approccio ritieni più efficace sulla cernia in tana: aspetto, agguato o razzolo mirato? E in quali condizioni scegli uno rispetto all’altro?
«La cernia può essere insidiata con diverse modalità. Quella che utilizzo meno, e che generalmente offre meno successo, è l’aspetto: non è infatti un pesce che risponde facilmente a questa tecnica. Quella che invece mi dà i risultati migliori è la caduta, spesso seguita da un’azione di agguato o di inseguimento. In base alla situazione, si può parlare di una vera e propria caduta in agguato: tutto dipende dalla profondità raggiunta, se ci si trova ancora a mezz’acqua oppure già sul fondo. In alcuni casi, se la cernia si sposta o tenta la fuga, l’azione prosegue fino all’eventuale ingresso in tana. Queste sono, in linea generale, le tecniche principali utilizzate. In ogni caso, per catturare i serranidi è fondamentale essere ottimi osservatori. A differenza di altri pesci, come il dentice all’aspetto, quando ci si posiziona sul fondo e si attende che l’animale compaia improvvisamente dall’orizzonte, con la cernia è necessario anticipare le sue mosse. Bisogna pensare in anticipo, essere idealmente due o tre mosse avanti, come in una partita a scacchi. L’osservazione dell’ambiente, la lettura dei segnali e la capacità di interpretare il comportamento degli altri pesci, sono elementi chiave per decidere come muoversi e in quale direzione impostare l’azione».
Come gestisci l’approccio finale per evitare di “chiudere” la cernia dentro la tana o spaventarla? Movimento, assetto, respirazione.
«È fondamentale saper gestire l’approccio. In questo contesto, diventa quasi un lavoro da “incantatore di serpenti”. Nel tempo, fortunatamente, ho sviluppato questa capacità e ho imparato a muovermi nel modo corretto. Riesco a interpretare, con una certa precisione, lo “stato d’animo” della cernia: capisco cosa posso fare e cosa, invece, è meglio evitare. In base ai segnali che osservo - come il movimento delle pinne, il modo in cui mi guarda frontalmente, oppure i piccoli cenni della testa - riesco a capire se posso avvicinarmi, in che modo e con quale velocità. Questo mi permette, in alcune situazioni, di arrivare anche molto vicino, fin quasi a contatto, senza che l’animale si allarmi. È una capacità che richiede tempo per essere acquisita, ma che risulta estremamente efficace. Ovviamente, ci sono anche situazioni in cui la cernia reagisce in modo immediato e fugge rapidamente, come se percepisse un pericolo imminente. Tuttavia, si tratta di casi meno frequenti. Nella maggior parte delle situazioni riesco a portarla a tiro e, tendenzialmente, preferisco sparare fuori dalla tana. Quando invece si trova già all’interno, lo scenario cambia leggermente, ma l’obiettivo rimane sempre lo stesso: portarla in gommone!».
L’attrezzatura ha subito evoluzioni che hanno cambiato il modo di pescare la cernia?
«In linea generale, l’equipaggiamento negli ultimi anni è cambiato molto. È evidente che l’evoluzione ha avuto un impatto, ma per quanto mi riguarda ribadisco sempre un concetto fondamentale: al di là di tutto, la vera “arma” resta il pescatore. Tutto ciò che ruota intorno pinne, fucili e quan’altro serve ad agevolare e a completare le capacità personali, non a sostituirle. Gli strumenti che utilizzi devono essere funzionali a ciò che sei e a come lavori in acqua. Detto questo, oggi ci sono alcune attrezzature dalle quali, personalmente, non riesco più a prescindere. Ad esempio, utilizzo un fucile pneumatico Salvimar che, grazie alla sua configurazione, può passare da un assetto più lungo a uno molto compatto con un semplice intervento. È un’arma molto precisa, maneggevole e, nel mio caso, si è sempre dimostrata estremamente affidabile. Un altro elemento importante riguarda le nuove maschere anti fog sempre di Salvimar: per me hanno rappresentato un vero miglioramento, perché ho eliminato il problema dell’appannamento e delle gocce che si formano davanti agli occhi, che prima potevano compromettere la visione. Potrei farne molti altri di esempi, ma questi sono già indicativi di come l’evoluzione possa supportare concretamente l’attività, pur restando sempre secondaria rispetto alle capacità del pescatore. Discorso ben diverso ha riguardato l’introduzione di strumenti come ecoscandagli e Gps; qui la “musica” è realmente cambiata. Personalmente, sfrutto la tecnologia soprattutto per ottimizzare le energie e ridurre lo stress. Grazie all’ecoscandaglio riesco a leggere molte informazioni che prima dovevo interpretare direttamente in acqua: questo mi permette di capire in anticipo se vale la pena effettuare un tuffo oppure no. In passato, invece, si procedeva spesso “a tastoni”: si esplorava direttamente in mare, con maggiore dispendio di tempo ed energie, aumentando il numero di immersioni e, di conseguenza, anche la fatica e i margini di rischio. Strumenti come il Gps hanno cambiato l’approccio: un tempo molte valutazioni si facevano semplicemente osservando la costa e orientandosi visivamente. Oggi, invece, la tecnologia consente una gestione più precisa degli spot e degli spostamenti. In sintesi, sì: alcuni aspetti sono profondamente cambiati grazie alla tecnologia, soprattutto in termini di efficienza, risparmio energetico e gestione dell’attività.
Che ruolo giocano oggi le aree marine protette nel ripopolamento e nell’insediamento della cernia? Hai esempi concreti?
«Aree marine protette e parchi, se gestiti e rispettati correttamente, possono avere un impatto significativo. Quando una zona è realmente destinata al ripopolamento e viene vietata la pesca, è evidente che in quell’area la pressione si riduce sensibilmente. Diverso è il caso in cui la regolamentazione preveda più livelli di protezione, con zone in cui la pesca è comunque consentita: in tali situazioni, l’effetto complessivo può risultare meno marcato. Le zone A, in particolare, quelle a protezione integrale, secondo diversi studi producono risultati concreti in termini di incremento della biomassa e della presenza ittica. Nelle altre zone, invece, possono esserci benefici, ma in misura generalmente più contenuta e variabile. In linea generale, sarei alle aree marine protette, a condizione che siano gestite con criteri reali di tutela e salvaguardia dell’ambiente marino, e non solo sulla base di logiche economiche o politiche. Ad esempio, vado spesso a pescare di fronte alla Corsica. Lì, le cernie le incontri praticamente con certezza, perché la pesca è vietata e i controlli sono molto rigorosi. Quando mi immergo in quelle zone, capita anche di trovarmi in situazioni in cui, per effettuare un tiro, devo fare attenzione a non colpire per sbaglio cernie di 15, 20 chili che ti passano davanti di continuo. Questo rende l’idea della densità che si può raggiungere in un’area protetta. Però, non è tutto oro quello che luccica. Una presenza così elevata potrebbe anche non essere ideale in assoluto. Un sovrannumero di individui può infatti creare squilibri nell’ecosistema: la natura tende a regolarsi, ma quando la densità è molto alta, i meccanismi possono diventare più complessi. Se una popolazione di cernie aumenta eccessivamente, può incidere sulle altre specie di cui si nutre. Ad esempio, in alcune zone con alta concentrazione di serranidi, prede come i polpi tendono a sparire. Ecco perché credo che debba esserci un bilanciamento: le aree protette sono fondamentali, ma dovrebbero essere gestite in modo da mantenere una situazione naturale e sostenibile, evitando eccessi che possano generare squilibri nell’ecosistema».
Qual è l’errore più comune che vedi fare a chi si avvicina alla pesca alla cernia?
«L’errore che mi ha accompagnato, soprattutto all’inizio e che mi ha fatto perdere molte catture, è stato la fretta. Con il tempo ho capito che è stato uno degli aspetti più penalizzanti. Molte volte, quando individuavo una cernia, tendevo ad avere fretta: volevo avvicinarmi rapidamente e arrivare al tiro nel minor tempo possibile. Questo però mi portava a colpi imprecisi, spesso non posizionati nel punto corretto. Di conseguenza, capitava di dover tribolare parecchio durante il recupero oppure, in alcuni casi, dopo numerosi tentativi, essere costretto a lasciare il pesce all’interno della tana. Per esperienza, posso dire che la fretta è stata la peggiore consigliera».
Guardando al futuro, pensi che la cernia continuerà a espandersi nei nostri mari o assisteremo a una sua stabilizzazione?
«Sinceramente, credo che sia una specie talmente diffusa, almeno nelle mie zone, che è difficile pensare a una reale carenza della popolazione in futuro. Mi preoccupa di più, ad esempio, la situazione di altre specie, come la ricciola, che talvolta viene catturata in grandi quantità con sistemi di prelievo professionale e con numeri che superano di gran lunga ciò che un gruppo di pescatori sportivi potrebbe ottenere nell’intero arco della propria carriera. Questo evidenzia una sproporzione molto significativa. Se ragioniamo in termini numerici, ritengo comunque che la cernia, almeno allo stato attuale, riesca ancora a mantenere un buon equilibrio e a sostenersi in modo adeguato nelle aree in cui è presente».

