

Dal foglio bianco alle giornate in mare: progetto, soluzioni tecniche e sensazioni dopo mesi di utilizzo
Nilo Mazzarri
Quando si osserva un fucile finito è naturale soffermarsi sulle sue linee, sulle soluzioni tecniche che lo caratterizzano oppure sulle prestazioni che promette di esprimere in acqua. Molto più difficile è immaginare il percorso che lo ha portato a essere esattamente così. Dietro ogni componente c’è una precisa esigenza costruttiva e, nei progetti più ambiziosi, nulla nasce realmente per caso.
È proprio questa continua ricerca a rendere il mondo dei fucili subacquei uno dei settori più dinamici della pesca. Negli ultimi anni si sono affermate filosofie costruttive sempre più differenti. Accanto agli arbalete tradizionali, sono comparsi roller, inverter, sistemi oleopneumatici e numerose altre interpretazioni, ciascuna sviluppata per ricercare un diverso equilibrio tra potenza, precisione, facilità di caricamento, maneggevolezza e controllo del tiro.
È all’interno di questo contesto che prende forma l’Iron. L’idea non nasce dalla volontà di realizzare un semplice nuovo modello, ma dall’ambizione di sviluppare quello che sarebbe diventato il fucile di punta dell’azienda. Un progetto completamente nuovo, concepito partendo da un foglio bianco e sviluppato attorno a una struttura capace di accogliere, fin dall’origine, sia la configurazione Classic sia quella Inverter.
È proprio questo approccio progettuale a spiegare molte delle soluzioni che caratterizzano l’Iron. Lo sviluppo, infatti, non è iniziato adattando componenti già esistenti, ma seguendo una precisa sequenza: prima il calcio, poi la testata e infine il fusto. Ogni scelta ha influenzato la successiva, dando vita a un insieme nel quale questi elementi non rappresentano semplici componenti distinti, ma parti di un unico ragionamento progettuale. È qui che l’Iron Inverter diventa davvero interessante. Non soltanto per ciò che mostra osservandolo fuori dall’acqua, ma per il modo in cui queste scelte si traducono durante l’utilizzo: nel caricamento, nel brandeggio, nell’assetto, nella stabilità e nella risposta al momento del tiro.
Dopo mesi di prove, regolazioni e utilizzo in mare, ho cercato di capire non solo quanto fosse performante, ma soprattutto se tutte le idee racchiuse nel progetto riuscissero davvero a lavorare insieme. Perché un progetto può essere brillante sulla carta. Ma è soltanto il mare a stabilire se quelle idee siano diventate davvero un grande fucile.
La nascita del progetto
L’obiettivo era chiaro fin dall’inizio: dare vita a un fucile di punta, un’ammiraglia capace di rappresentare al meglio la filosofia progettuale del marchio. Un progetto ambizioso che non poteva limitarsi all’introduzione di nuove soluzioni tecniche su una base già esistente, ma richiedeva un approccio completamente diverso: sviluppare un arbalete nel quale ogni soluzione nascesse assieme alle altre, contribuendo alla realizzazione di un insieme nuovo e perfettamente integrato.
Approfondendo il percorso che ha portato alla nascita dell’Iron, ciò che mi ha colpito maggiormente è stato proprio il metodo di sviluppo. Non si è partiti da un fucile già definito in ogni dettaglio, ma da una base destinata a evolversi progressivamente. Il punto di partenza è stato il calcio, concepito fin dall’inizio come l’elemento attorno al quale costruire una struttura comune capace di ospitare sia la configurazione Classic sia quella Inverter.
Da quella scelta il progetto ha iniziato a prendere forma in maniera naturale. La testata e il fusto non sono stati sviluppati come semplici componenti da aggiungere successivamente, ma sono cresciuti insieme, influenzandosi reciprocamente fino a raggiungere un equilibrio complessivo. Ogni nuova soluzione portava con sé confronti, affinamenti e, talvolta, anche un passo indietro, in un processo continuo nel quale l’obiettivo non era realizzare singoli componenti eccellenti, ma costruire un sistema nel quale ogni elemento trovasse il proprio ruolo in funzione degli altri.
Proprio questo, a mio avviso, è stato l’aspetto più interessante dell’Iron. Non tanto una singola soluzione tecnica, quanto il percorso con cui ogni elemento è stato sviluppato, verificato e armonizzato con il resto. Un modo di progettare che, osservando il fucile finito, può facilmente passare inosservato, ma che diventa evidente non appena si inizia ad analizzarne la struttura.
Da questo percorso sono nate due configurazioni differenti, accomunate dalla stessa filosofia progettuale ma sviluppate per rispondere a esigenze diverse. In questo articolo ho scelto di approfondire l’Iron Inverter, analizzando le soluzioni attraverso le quali questa filosofia ha preso forma. Per comprenderlo fino in fondo, è necessario partire proprio da lì.
Dentro l’Iron Inverter
La filosofia progettuale raccontata finora prende forma osservando il fucile da vicino. È qui che ogni scelta trova una sua spiegazione.
Tutto parte dal calcio, il primo componente attorno al quale ha iniziato a svilupparsi l’intero progetto. Fin dalle prime fasi l’obiettivo era realizzare una struttura capace di accogliere sia la configurazione Classic sia quella Inverter. Per questo motivo è stato progettato con appositi punti di fissaggio destinati alle placche inferiori del sistema Inverter, realizzate in acciaio nella versione Carbon e in alluminio nella versione con il fusto in tale materiale. Una soluzione prevista fin dall’origine, che dimostra come la possibilità di adottare entrambe le configurazioni non sia stata aggiunta in un secondo momento, ma facesse parte del progetto fin dalla sua nascita.
Anche i dettagli costruttivi seguono questa stessa logica. Il meccanismo di sgancio utilizza un grilletto ricavato dal pieno mediante lavorazione Cnc in acciaio AISI 316L, scelto per garantire precisione e affidabilità anche con i carichi più elevati. L’impugnatura mantiene invece la geometria della classica Sigal, ormai apprezzata per ergonomia e naturalezza della presa. Completa il calcio il nuovo mulinello verticale Sigal, sviluppato in tre dimensioni per equipaggiare in modo proporzionato i diversi modelli della gamma Iron, contribuendo a mantenere inalterato l’equilibrio complessivo dell’arma. Nella parte posteriore trova posto anche il tappo ad alta galleggiabilità che, durante l’azione di pesca, può essere lasciato installato oppure rimosso secondo le preferenzeme che, al termine dell’uscita, si trasforma in un pratico copripunta.
Se il calcio rappresenta le fondamenta del progetto, è osservando la testata che si comprende davvero l’identità dell’Iron Inverter. L’intera struttura è realizzata in nylon assoluto, materiale scelto per l’elevata resistenza meccanica e per la capacità di sopportare senza deformazioni le importanti sollecitazioni generate dal sistema, mantenendo nel tempo rigidità e affidabilità.
Analizzandola nel dettaglio, si scopre la soluzione che meglio racconta la filosofia costruttiva dell’Iron. Le due sedi ricavate al suo interno consentono infatti di trasformare il fucile dalla configurazione Classic a quella Inverter intervenendo esclusivamente sugli elementi dedicati ai due sistemi.
Nella configurazione Classic trovano posto le due “saponette”, come sono state soprannominate durante lo sviluppo, destinate all’alloggiamento degli elastici tradizionali. Passando invece alla configurazione Inverter, queste vengono sostituite da due pulegge in arnite attraverso le quali scorre il dyneema che svolge la funzione di ogiva durante il caricamento. Una soluzione tanto semplice nell’idea quanto raffinata nella realizzazione, che permette di trasformare completamente il sistema mantenendo invariata la struttura principale della testata
Il percorso del dyneema prosegue attraverso un carrello progettato appositamente per seguire le geometrie del fusto, con il quale combacia perfettamente durante lo scorrimento. Anche questo componente è nato assieme al resto del progetto, affinché ogni movimento risultasse il più fluido possibile.
Il suo percorso termina nella parte inferiore della testata, dove trova posto uno degli elementi più interessanti dell’intero progetto: il nuovo sistema autoregolante. A differenza della maggior parte degli Inverter presenti sul mercato, nei quali il dyneema rimane vincolato in un punto fisso della testata, nell’Iron può scorrere su una piccola carrucola autoregolante. Quest’ultima non compie una rotazione completa, ma si orienta quanto basta per accompagnare naturalmente il percorso del dyneema durante il caricamento. Il risultato è un sistema estremamente fluido che riduce gli attriti e rende sorprendentemente agevole anche il primo caricamento dell’elastico motore, fino al punto da poter essere effettuato con estrema facilità utilizzando solamente due dita.
A completare il sistema intervengono le pulegge principali, anch’esse realizzate in arnite e montate su cuscinetti ceramici da 22 millimetri, progettate per lavorare in perfetta sintonia con tutto il cinematismo del fucile.
Definita la parte meccanica, anche il fusto è stato sviluppato seguendo la stessa filosofia. Il profilo a osso di seppia nasce dalla necessità di ottenere una struttura estremamente rigida, capace di gestire configurazioni performanti e aste di massa importante mantenendo precisione, equilibrio e facilità di brandeggio. Ancora una volta non si tratta di un componente progettato indipendentemente dagli altri, ma della naturale conclusione di un percorso nel quale ogni elemento contribuisce al comportamento dell’intero sistema.
Osservando l’Iron Inverter nel suo insieme si comprende come nessuna soluzione sia stata introdotta per stupire o inseguire una tendenza del momento. Ogni componente risponde a un’esigenza precisa e trova il proprio significato soltanto lavorando assieme agli altri. È questa filosofia che, una volta entrati in acqua, smette di essere un concetto progettuale per trasformarsi finalmente in sensazioni concrete.
In mare
Una volta compreso come nasce e come è stato sviluppato l’Iron Inverter, resta una sola domanda: come si comporta davvero in acqua? Per rispondere non bastava qualche tiro al bersaglio o una singola uscita. Ho preferito utilizzarlo per diversi mesi, alternando giornate dedicate esclusivamente ai test ad altre di pesca, lasciando che fosse il mare, tuffo dopo tuffo, a restituirmi un giudizio il più possibile completo.
Il periodo in cui si sono svolti i test, coincidente con la stagione estiva e con la ricerca di prede di dimensioni più importanti, mi ha portato a utilizzare prevalentemente la versione Carbon. È quindi a questo modello che fanno riferimento la maggior parte delle sensazioni descritte in questo articolo.
Fin dai primi utilizzi ho avuto la sensazione che molte delle soluzioni progettuali raccontate nei capitoli precedenti non fossero rimaste soltanto sulla carta. Ancora prima di effettuare il primo tiro, mi ha molto colpito l’equilibrio generale del fucile. Con l’asta inserita il calcio risulta leggermente negativo, mentre la testata mantiene una lieve positività, quanto basta per sostenerlo durante il brandeggio senza affaticare il polso. È una caratteristica che si apprezza soprattutto pescando all’aspetto e all’agguato, quando l’arma viene mantenuta a lungo in movimento lungo il filo delle rocce. Dopo il tiro, invece, il comportamento cambia completamente e il fucile tende naturalmente a risalire verso la superficie.
La versione in alluminio, caratterizzata da un assetto leggermente negativo anche in testata e da una configurazione più progressiva, ipotizzo che possa essere apprezzata soprattutto nella pesca invernale, in quella in poca acqua con mare mosso, al razzolo e nella ricerca del pesce bianco. In queste situazioni la naturalezza del brandeggio e la rapidità dei movimenti diventano caratteristiche particolarmente piacevoli e contribuiscono a rendere il fucile estremamente intuitivo.
È proprio durante il caricamento che il nuovo sistema autoregolante mostra tutto il lavoro svolto durante la progettazione. La fluidità con cui accompagna il movimento del dyneema rende sorprendentemente semplice anche il caricamento dell’elastico motore da 18,5 millimetri. Riuscire a caricarlo utilizzando soltanto due dita è qualcosa che, prima di provarlo, difficilmente avrei immaginato. È in quel momento che le soluzioni raccontate nelle pagine precedenti smettono di essere teoria e diventano un vantaggio concreto durante l’utilizzo.
Una volta armato, il giudizio passa inevitabilmente al tiro. Durante le prove non cercavo la prestazione assoluta, ma soprattutto costanza, ripetibilità e controllo. Sotto questo aspetto l’Iron Inverter mi ha convinto fin dai primi colpi, dimostrando una notevole costanza di precisione e un rinculo praticamente assente anche utilizzando aste fino a 7,5 millimetri. Anche il grilletto contribuisce a questa sensazione, con uno sgancio morbido e progressivo che accompagna il tiro senza alterare la mira.
L’aspetto che più mi ha sorpreso, però, non riguarda una singola soluzione tecnica. Durante i test avrei dovuto concentrarmi continuamente sul fucile, valutandone il brandeggio, il tiro, l’assetto e il comportamento delle diverse soluzioni progettuali. È successo invece l’esatto contrario. Tuffo dopo tuffo ho iniziato a pensarci sempre meno. Tutto è diventato spontaneo, quasi istintivo, come se stessi utilizzando un fucile che conoscevo da anni.
Anche le prime prove su pesci di piccole e medie dimensioni hanno confermato questa sensazione. I tiri sono andati esattamente dove mi aspettavo e la fiducia è cresciuta rapidamente. Da quel momento la concentrazione non era più rivolta al fucile, ma esclusivamente all’azione. È stata proprio questa la sensazione che mi ha lasciato l’Iron Inverter: quella di impugnare, fin dai primi tuffi, un fucile che sembrava già parte del mio modo di immergermi.
Conclusioni
Dopo averne approfondito la progettazione e averlo utilizzato per diversi mesi in mare, la sensazione che mi ha lasciato l’Iron Inverter va oltre una singola soluzione tecnica o una particolare scelta costruttiva. La sua vera forza risiede nell’equilibrio con cui ogni componente lavora assieme agli altri, dando vita a un sistema coerente, intuitivo e naturale da utilizzare. È proprio questo l’aspetto che più mi ha colpito durante la prova. In fondo, credo sia proprio questo il miglior complimento che si possa fare a un fucile.
Il fucile in breve
Iron Inverter Carbon: la versione più prestazionale della gamma, pensata per sfruttare al massimo il potenziale del sistema Inverter
Misure disponibili: 80 cm 95 cm, 110 cm
Configurazione Hard: fusto in carbonio, elastico motore Dynamic da 18,5 mm, due elastici Dynamic da 16,5 mm, elastici dimensionati in funzione della lunghezza del fucile, nuovo mulinello verticale Sigal dedicato
Pensato per…: chi ricerca le massime prestazioni e affronta le situazioni di pesca più impegnative, dove potenza, precisione e controllo possono fare la differenza
Iron Inverter Alluminio: la versione più versatile della gamma, caratterizzata da una configurazione più progressiva e intuitiva.
Misure disponibili: 80 cm, 95 cm, 110 cm
Configurazione Soft: fusto in alluminio anodizzato, due elastici Dynamic da 16,5 mm, elastici dimensionati in funzione della lunghezza del fucile, nuovo mulinello verticale Sigal dedicato
Pensato per…: ideale per chi predilige una configurazione più morbida e naturale, particolarmente efficace nella pesca invernale, nella pesca in poca acqua, al razzolo e nella ricerca del pesce bianco, dove rapidità e facilità di movimento diventano caratteristiche fondamentali

