

Con i moderni facciali in silicone i vetri della maschera tendono ad appannare. Un fenomeno davvero fastidioso, che Salvimar ha affrontato e risolto, come ci spiega il titolare dell’azienda, Stefano Salvi
Anselmo Bozzoni
Un veloce “passaggio” in Liguria è stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Stefano Salvi su un argomento a lui particolarmente caro: come prevenire l’appannamento della maschera.
«con l’avvento dei facciali in silicone il problema ha assunto contorni importanti. Parliamo infatti di un fenomeno particolarmente fastidioso, capace di rovinare una bella giornata in mare. Ragion per cui in Salvimar ci siamo mossi per cercare di porre rimedio
E cosa avete fatto?
«Premetto che si tratta di un problema antico, eppure nessuno l’aveva mai affrontato lavorando direttamente sul vetro. Le soluzioni disponibili erano sempre state esterne al prodotto, però tutte temporanee, tutte scomode. Noi ci siamo chiesti: perché non risolvere il problema alla radice, intervenendo sulle proprietà del vetro stesso? Da lì è partito tutto ed è nato il nostro Anti Fog».
Tecnicamente in che cosa consiste?
«Il principio è quello della superidrofilia. L'appannamento si genera quando il vapore acqueo condensa sulla lente formando micro-gocce sferiche che, per la loro geometria, creano una rifrazione irregolare della luce. La nostra soluzione è stata quella di applicare un trattamento nanotecnologico che rende la superficie della lente superidrofilica, con un angolo di contatto con l'acqua inferiore a 5 gradi. In queste condizioni le micro-gocce si appiattiscono spontaneamente formando un film uniforme attraverso cui la luce passa senza rifrazione anomala. Il trattamento è un nano-layer di 20-60 nanometri, con trasmittanza luminosa superiore al 99% e ancoraggio al vetro tramite legami chimici stabili; significa che otticamente è come se non ci fosse. Per attivarlo basta bagnare le lenti prima di indossare la maschera».
Quanti test avete fatto?
«Molti, distribuiti in fasi diverse. Il percorso non è stato lineare: in una prima fase ci siamo concentrati sulla finitura superficiale della lente, con risultati discreti, ma non ancora soddisfacenti. La svolta è arrivata coinvolgendo alcuni ricercatori del Dipartimento di Fisica - ex colleghi di un membro del nostro team R&D - che ci hanno aperto una prospettiva completamente diversa. Da lì i test si sono moltiplicati: laboratorio, processo industriale, campo aperto con subacquei in condizioni reali. Solo la fase di industrializzazione ha richiesto diversi mesi. Non volevamo scendere a compromessi: il risultato doveva essere efficace, riproducibile su larga scala e semplice per l'utente finale».
Parlami della resa. Funziona in tutte le situazioni e non perde con il passare del tempo?
«La resa è molto alta in tutte le condizioni tipiche dell'immersione. La semplicità di attivazione - bagnare le lenti e indossare la maschera - è uno dei punti di forza: nessuna preparazione, nessun prodotto aggiuntivo. È un trattamento permanente, non una pellicola consumabile. La durata dipende dalla corretta manutenzione: resistente all'abrasione e al lavaggio grazie ai legami chimici con cui è ancorato al vetro, va comunque gestito con cura».
Cosa consigliate all'utente per preservare il trattamento nel tempo?
«Occorre trattate la maschera con la stessa cura che dedichereste a un'ottica di precisione. Niente prodotti abrasivi o detergenti aggressivi, risciacquo con acqua dolce dopo ogni immersione. E prima di ogni utilizzo, bagnate le lenti: è quel gesto che attiva l'antiappannamento, che permette al sottile strato d'acqua di formarsi sulla superficie. Semplice, ma decisivo. La longevità del trattamento dipende in buona parte dal comportamento dell'utente; è per questo che abbiamo investito molto nella comunicazione di queste indicazioni».
Quanti modelli di maschera avete a catalogo con l'Anti Fog?
«Circa 40 codici: si tratta della collezione più ampia attualmente sul mercato. Non è un dato secondario: significa che abbiamo integrato questa tecnologia trasversalmente su tutta la gamma, non su un singolo modello di punta. Dall'apneista al subacqueo, dal principiante al professionista, vogliamo che l'antifog sia accessibile a tutti».
Prima di Salvimar, i subacquei come affrontavano il problema?
«I subacquei esperti avevano i loro metodi e ci convivevano. I meno esperti spesso non sapevano nemmeno come rimediare. In entrambi i casi, il problema veniva accettato come un limite strutturale del prodotto. Nessuno aveva mai pensato di agire direttamente sulle proprietà fisiche del vetro. Questo è stato il nostro punto di partenza».
Perché nessun altro ci aveva pensato prima?
«Me lo sono chiesto anch’io. Credo che nei settori maturi certi problemi diventino così consolidati da essere dati per scontati: in pratica, ci si abitua a conviverci invece di metterli in discussione. L'industria aveva sempre risposto con soluzioni esterne al prodotto, o poco efficaci. Noi abbiamo avuto la curiosità - e forse un po' di coraggio - di chiederci se fosse possibile risolverlo definitivamente lavorando sul vetro. La risposta era sì, ma richiedeva competenze che andavano oltre il product design tradizionale, fino alla fisica dei materiali. Lì ha fatto la differenza la collaborazione con il mondo della ricerca accademica».
Cosa ha significato collaborare con un dipartimento universitario di Fisica?
È stata una delle scelte più importanti del progetto. Il nostro team R&D conosce bene il mondo del diving, ma per affrontare un problema che tocca la fisica delle superfici e la nanotecnologia, avevamo bisogno di interlocutori con un background diverso. Il contatto è avvenuto tramite un membro del team che aveva una relazione pregressa con quei ricercatori. Quella collaborazione ci ha portato alla soluzione che poi abbiamo industrializzato».
Come ha reagito il mercato al lancio?
«Direi oltre le aspettative. L'interesse è arrivato da tutti i segmenti: dai subacquei più tecnici, che hanno subito colto la portata dell'innovazione, fino ai meno esperti. Ed è proprio questo secondo segmento che ci ha sorpreso di più. I neofiti conoscono il problema dell'appannamento, anzi lo vivono con più frequenza rispetto agli esperti perché non conoscono gli strumenti per gestirlo. Il risultato è che spesso si ritrovano con la sessione di snorkeling o di immersione rovinata, senza sapere come rimediare. Con la nostra tecnologia questo non succede: bagnare le lenti è tutto quello che occorre. I concorrenti ci stanno rincorrendo e i più rapidi stanno già presentando i loro primi modelli. Ma noi siamo stati i primi ad avere l'idea, ad applicarla e a portarla sul mercato. Questo è un fatto che rimane
Avete già in mente qualche upgrade per il futuro?
«La ricerca non si ferma. Abbiamo aperto una strada con ancora molto da esplorare, sia per ottimizzare il trattamento attuale e sia per valutare evoluzioni tecnologiche future. Preferisco non anticipare nulla, ma l'obiettivo è sempre lo stesso: dare al subacqueo una maschera che non lo faccia mai pensare al problema dell'appannamento».
Percentualmente la richiesta dell'Anti Fog sta crescendo? Rapporto Italia/estero?
«La crescita è costante e significativa. Quello che colpisce è che l'interesse è uniforme ovunque: Italia, Europa, mercati extraeuropei. Non c'è una geografia del problema: l'appannamento è un'esperienza universale, e la soluzione lo è altrettanto. La tecnologia antifog sta diventando un nuovo standard atteso dal mercato, come è successo con tante innovazioni che oggi diamo per scontate. Salvimar ha avuto il privilegio - e la responsabilità - di essere la prima a introdurlo nel diving».

