

Classe 1984, Gabriela Felicioni si è avvicinata a questa disciplina solo 2 anni fa, ottenendo fin da subito ottimi risultati e alcuni record nazionali slovacchi (per via del doppio passaporto). Come si allena e la sua esperienza agli scorsi Mondiali Aida
Emiliano Brasini
Gabriela Felicioni nasce nel 1984 ed è mamma di Valerio e Lucio. Si è avvicinata all’apnea in età adulta, appena due anni fa, portando con sè anche un bagaglio professionale come ottico-optometrista.
Cosa ti ha spinto a iniziare un percorso così impegnativo in un’età in cui molti pensano sia ormai ‘troppo tardi’ per intraprendere una carriera sportiva?
«Dopo un lutto e un periodo molto difficile, ho sentito il bisogno di fermarmi e dedicare finalmente del tempo a me stessa. È stato un momento in cui avevo bisogno di silenzio, di ascolto interiore e, quasi per caso, mi sono iscritta a un workshop di apnea. Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma quella prima immersione, quel primo momento in cui trattieni il respiro e vai dentro te stessa… è stato come un ritorno. Un ritorno a me, a qualcosa di profondo, che andava oltre il dolore. Da lì è nato tutto».
In pochissimo tempo sei riuscita a raggiungere profondità davvero notevoli, con risultati che molti atleti impiegano anni a ottenere. Qual è il tuo segreto? Cosa pensi abbia fatto la differenza nel tuo percorso?
«Non credo ci sia un vero e proprio “segreto”, ma sicuramente il momento in cui mi sono avvicinata all’apnea ha avuto un peso enorme. Venivo da un periodo difficile e l’apnea è diventata molto più di uno sport: era uno spazio mio, dove ascoltarmi davvero. Questo mi ha spinto ad affrontare ogni allenamento con profondo rispetto e presenza. Ho imparato ad ascoltare il mio corpo, la mia mente e a fidarmi del processo, senza forzare nulla».
Ad aprile di quest’anno sei entrata a far parte ufficialmente del team nazionale slovacco. Grazie alla doppia cittadinanza hai colto questa opportunità e subito dopo, a Sharm el Sheikh, hai conquistato il tuo primo record nazionale in bipinne. Un inizio davvero promettente. Raccontaci com’è andata la tua stagione outdoor: emozioni, gare, progressi, difficoltà…
«Sì, è stato un anno davvero intenso e pieno di prime volte. A inizio stagione, grazie alla mia doppia cittadinanza, ho avuto l’opportunità di entrare a far parte della nazionale slovacca. È stata una decisione che ho preso con entusiasmo, anche perché sentivo che era arrivato il momento di mettermi in gioco in modo più strutturato a livello internazionale. Subito dopo, ad aprile, a Sharm el Sheikh ho partecipato alla mia prima competizione ufficiale come atleta della Slovacchia, e lì è arrivato il primo record nazionale in bipinne. È stata un’emozione enorme. La stagione outdoor è stata un crescendo: ogni immersione mi ha insegnato qualcosa. Non sono mancate le difficoltà, ovviamente… la gestione della profondità, il rapporto complicato con la compensazione e anche la pressione mentale delle gare, ma ogni sfida mi ha reso più consapevole. Ho avuto anche la fortuna di confrontarmi con atleti di alto livello e di crescere molto, non solo come apneista ma anche come persona. Il vero obiettivo quest’anno sarebbe dovuto essere il Mondiale. Avevo iniziato la stagione con quell’idea in mente, ma il percorso non è mai lineare. Prima di arrivarci, ho deciso di fare alcune tappe intermedie, tra cui i Campionati italiani a Riva del Garda dove purtroppo, durante la prima prova in bipinne, a 60 metri, ho avuto un blackout all’uscita e sono stata squalificata anche per la gara del giorno successivo. È stato uno stop brusco, fisico ma soprattutto mentale. Un momento difficile, che ha inevitabilmente rallentato il mio programma di allenamento. Ma da lì ho capito che avevo due scelte: fermarmi o rimettermi in gioco. Così ho deciso di tornare subito in acqua e poi partecipare a una gara internazionale ad Ajaccio, in Corsica. Non è stato facile, però era importante per me riprendere fiducia, risentire il mio corpo, ricostruire quelle sensazioni positive. L’apnea, come la vita, ti mette davanti a cadute improvvise, ma anche a infinite possibilità di rialzarti. Lì, anche grazie al supporto di Abdel, ho ritrovato grinta, presenza e quella voglia profonda di stare in acqua, non per inseguire numeri, ma per sentirmi viva. L’atmosfera ad Ajaccio è stata speciale: mi sono sentita parte di una grande famiglia e l’organizzazione di The Cormorant Freediving è stata semplicemente impeccabile, la stessa che aveva gestito il Mondiale AIDA l’anno scorso. In quell’ambiente così accogliente e professionale, è arrivato anche il risultato: il mio secondo record nazionale slovacco in bipinne, con 62 metri.
I mondiali Aida si stavano avvicinando e nel frattempo un’altra atleta slovacca ha stabilito il nuovo record in bipinne a 63 metri. Come ti sei sentita?
«Quando l’ho saputo non posso negare che mi abbia colpita. Avevo appena ritrovato fiducia dopo un periodo complicato e quel risultato arrivava proprio a ridosso dei Mondiali Aida. La prima reazione è stata mista: da un lato un po’ di dispiacere, perché sapevo quanto lavoro c’era dietro quel 62, dall’altro, però, ho cercato subito di trasformarlo in stimolo. Lo sport, e l’apnea in particolare, ti insegna che non esiste possesso del risultato. I numeri passano, le sensazioni restano. Ho scelto di non viverla come una sfida contro, ma come un’occasione per crescere insieme. Siamo poche atlete slovacche nel circuito internazionale ed è bello vedere il livello alzarsi. Per me era più importante arrivare ai Mondiali con equilibrio e lucidità, che inseguire un metro in più. E quel metro, se arriverà, lo voglio fare per me, non per reagire a qualcun altro.
Com’è stata la tua esperienza ai Mondiali Aida?
Un’esperienza unica, difficile da spiegare a parole. Non è solo una gara: è un momento in cui si incrociano storie, nazionalità, talenti, emozioni fortissime. Sono stata felice e onorata di rappresentare la Slovacchia, un Paese che porto nel cuore e dove affondano le mie radici. Durante il Mondiale ho finalmente avuto il piacere di conoscere Martin Ruman, presidente di Aida Slovakia, detentore di diversi record nazionali e grande riferimento per l’apnea slovacca. Ma soprattutto ho incontrato Nela, un’atleta con cui è nata fin da subito una forte intesa e una bella collaborazione. Vederla stabilire il suo secondo record nazionale a 67 metri è stato emozionante, un momento che ho vissuto quasi come se fosse mio. Il contesto Aida è impeccabile: dal setting di gara all’organizzazione, tutto è curato nei minimi dettagli. Ti senti al sicuro, sostenuta e dentro qualcosa di molto più grande di te. Per me, questi Mondiali sono stati un punto di arrivo, ma anche un nuovo inizio. Sono tornata a casa con gratitudine, consapevolezza e voglia di crescere ancora. E con una certezza: l’apnea non è solo uno sport individuale, è una famiglia che parla mille lingue, ma respira insieme».
Come ti allenerai per la prossima stagione?
«La affronterò con uno sguardo diverso: più consapevole, più selettivo e soprattutto con maggiore attenzione all’equilibrio tra allenamento, recupero e prestazione. Quest’anno ho iniziato presto, ad aprile, e ho partecipato a tante competizioni, anche in rapida successione. A settembre mi sono ritrovata in overtraining, fisicamente e mentalmente affaticata. È lì che ho capito quanto sia importante scegliere quando e dove investire le proprie energie, e non solo “fare” per accumulare esperienze. Per la prossima stagione ho deciso di partecipare a meno gare, ma più mirate. Ci sarò a circa tre competizioni di dinamica e a marzo tornerò per due settimane di allenamento a Sharm el Sheikh, un luogo che per me è ormai casa, ideale per il lavoro in profondità.
Il mio piano includerà: palestra, per il lavoro sulla forza funzionale e la stabilità; nuoto, per l’endurance e la tecnica in acqua; dinamica, con focus su postura, efficienza e gestione mentale. Questa volta, però, non sarà solo una preparazione “fisica”: voglio lavorare anche sulla gestione dell’energia e dei tempi, per arrivare agli appuntamenti chiave nella mia forma migliore, non solo in termini di prestazione, ma anche di equilibrio».
Quali sono, secondo te, i principi fondamentali su cui si basa un corretto allenamento?
Per me si basa su alcuni principi fondamentali, che vanno ben oltre il gesto tecnico o atletico. L’apnea è una disciplina complessa, che coinvolge corpo, mente e ascolto profondo. Ecco quelli che considero i pilastri del mio percorso. Consapevolezza e ascolto del corpo. Nessun protocollo vale più della capacità di ascoltarsi. Il corpo ti parla sempre: sa quando è il momento di spingere, ma anche quando serve rallentare. In apnea, forzare porta quasi sempre a risultati controproducenti. C’è poi la progressività. I progressi veri, duraturi e sicuri arrivano quando si costruisce a piccoli passi, senza saltare fasi. Ogni metro guadagnato deve poggiare su una base solida: tecnica, mentale e fisiologica. Il terzo è l’equilibrio tra allenamento e recupero. Il recupero è parte dell’allenamento. Dormire bene, nutrirsi in modo corretto, prendersi giorni di scarico: tutto questo è fondamentale per assimilare il lavoro fatto e prevenire l’overtraining. Importante è poi la cura della tecnica. L’efficienza in acqua fa la differenza. A volte si pensa che serva “più forza” per andare più lontano o più in profondità, ma in realtà spesso serve meno dispersione e più pulizia del gesto. Il lavoro mentale e respiratorio. Allenare il respiro, la gestione della CO₂, la calma mentale, è tanto importante quanto allenare il corpo. La mente in apnea può essere il tuo limite… o la tua alleata. Infine, il piacere e la motivazione profonda. Se non c’è piacere in quello che fai, se ti alleni solo per la prestazione, prima o poi qualcosa si rompe. L’apnea è connessione, è stare nel presente, è tornare a casa. Ogni allenamento, per me, è una piccola immersione dentro me stessa. E questo è il principio più importante di tutti.
In base alla tua esperienza, quali sono gli errori più frequenti che vedi commettere anche da apneisti esperti?
«Spingere troppo e troppo presto. Anche chi ha esperienza, a volte è tentato di “forzare” per inseguire un numero, una classifica o un record. Ma l’apnea non perdona la fretta. La progressione dev’essere intelligente, non impulsiva.
«Sottovalutare il recupero. L’overtraining non colpisce solo i principianti. Molti atleti abituati a “tenere duro” finiscono per trascurare i segnali del corpo e non si concedono abbastanza riposo. E così si rischia di andare lunghi… ma scarichi.
«Trascurare il lavoro mentale. A un certo punto la tecnica e la forma fisica non bastano più: il vero limite è nella testa. Vedo spesso apneisti molto capaci tecnicamente, ma che non lavorano davvero su rilassamento, visualizzazione o gestione emotiva.
«Competere più con gli altri che con sé stessi. Anche tra esperti, l’ego può entrare in gioco. Ma l’apnea è uno sport profondamente individuale. Guardare troppo cosa fanno gli altri può farti perdere il tuo ritmo, la tua connessione.
«Non adattare l’allenamento alla fase della stagione. Spesso vedo atleti seguire lo stesso tipo di allenamento tutto l’anno. Ma il corpo ha fasi diverse: costruzione, picco, recupero. Serve ascolto e programmazione periodizzata.»
Come cambia l’approccio all’allenamento tra un atleta d’élite e chi pratica apnea per benessere?
«L’apnea è una disciplina straordinaria proprio perché può offrire qualcosa di profondamente diverso, a seconda di chi la pratica e di come la vive. Per un atleta d’élite, l’allenamento è finalizzato alla prestazione. Tutto è calibrato: i tempi, le fasi della stagione, la periodizzazione degli stimoli, il recupero, la nutrizione. Ogni dettaglio conta. Ma la pressione è alta: fisica, mentale, emotiva. Spesso l’atleta lavora per superare limiti e per farlo deve imparare anche a gestire frustrazione, fallimenti, pause forzate. Chi pratica apnea a scopo terapeutico o per benessere, invece, ha un approccio completamente diverso: lì il respiro non è un mezzo per andare più lontano o più profondo, ma un faro per ritrovare sé stessi. In quel contesto, non si allena tanto la performance, ma la presenza. Il focus è sul sentire, sul lasciare andare tensioni, sullo spazio tra un respiro e l’altro. È un lavoro più “morbido”, ma non meno potente. Anzi: per molte persone l’apnea è uno strumento per affrontare l’ansia, rallentare i ritmi della vita quotidiana, ritrovare fiducia nel corpo. Quello che li unisce, però, è il valore dell’ascolto. Che tu voglia fare 90 metri o semplicemente imparare a respirare meglio, l’apnea ti costringe dolcemente o con forza a guardarti dentro. E in entrambi i casi, quando impari a stare nel silenzio del respiro, qualcosa cambia per sempre».
Cosa vedi nel futuro dell’agonismo?
«L’agonismo è in una fase di forte trasformazione. Da un lato c’è una crescita costante: sempre più atleti, sempre più professionalità, sempre più record: sia nel numero che nella qualità. Dall’altro, però, c’è anche una consapevolezza nuova che si sta facendo spazio: quella di un’apnea che non è solo performance, ma anche presenza, profondità interiore, sostenibilità. Io credo che il futuro dell’apnea sportiva sarà fatto di equilibrio: tra l’atleta e la persona, tra l’ambizione e l’ascolto, tra il risultato e il percorso. Vedo un’evoluzione verso una maggiore tutela della salute mentale e fisica degli atleti, un’attenzione più raffinata alla programmazione e al recupero. E anche una crescente apertura al dialogo tra apnea agonistica e apnea “di benessere”. Perché in fondo sono due facce della stessa moneta: quella che ci insegna a respirare meglio, a sentirci, a trovare silenzio dentro di noi. Mi auguro anche che ci sia più visibilità per questo sport: che venga raccontato non solo come sfida estrema, ma come forma d’arte, di connessione, di resilienza. E infine, vedo più collaborazione tra atleti, anche tra “competitor”. Perché l’acqua ci ricorda sempre una cosa: sotto, siamo tutti uguali. E più che contro qualcuno, in apnea gareggi con te stesso, per diventare più vero».
Qual è la tua disciplina preferita e perché?
«La bipinne (CWTB). È quella che sento più mia, più naturale, più in linea con il mio modo di stare in acqua. Amo la bipinne perché ti costringe a essere pulita, efficiente, centrata. Non puoi “spingere” come con la monopinna, devi usare il corpo in modo armonico, controllare ogni impulso, ogni direzione. È una disciplina che ti obbliga a trovare equilibrio e ritmo. In bipinne sento ogni metro conquistato con consapevolezza. È come una danza lenta, precisa, senza sprechi. Ti impone presenza, tecnica, pazienza. Inoltre, è la disciplina dove ho firmato i miei record nazionali, e questo ha rafforzato ancora di più il mio legame con essa. Ma più dei numeri, quello che mi lega alla bipinne è la sensazione che mi lascia ogni volta che risalgo: un misto di forza, grazia e rispetto per il mare e per me stessa».
Quanto spazio dedichi all’allenamento a secco?
«E’ una parte fondamentale del percorso, non solo un “complemento” a quello in acqua. Dedico allo “dry training” circa 3-4 sessioni a settimana, modulandole in base alla fase della stagione (più intense nei cicli di costruzione, più leggere in fase di gara o recupero). Nello specifico, il mio lavoro a secco include: Tabelle CO₂ e O₂, fondamentali per allenare la tolleranza e la gestione del disagio, ma anche per capire come reagisce il corpo in condizioni controllate. Le adatto in base al periodo e allo stato mentale.
«Respirazione consapevole e apnea statica leggera, è un lavoro mentale e corporeo insieme. Lo faccio anche nei giorni “off” o prima di dormire, per ricollegarmi al respiro e calmare il sistema nervoso.
«Mobilità e stretching (in stile yoga), soprattutto diaframma, spalle e colonna. Non è solo prevenzione dagli infortuni, ma una vera preparazione al gesto apnea, perché migliora l’economia del movimento e la capacità toracica.
«Visualizzazione e simulazione mentale, visualizzare una discesa, una dinamica o anche solo la partenza di una gara è uno strumento potentissimo. Lo faccio spesso prima di dormire o in momenti di quiete.
«L’apnea si allena anche quando non trattieni il respiro: ogni volta che lavori su presenza, consapevolezza, rilassamento… stai costruendo qualcosa che poi ti porterai in acqua. E questa è la cosa che amo di più di questo sport: ti cambia dentro, anche quando non indossi la maschera».
Quanto è importante per te il recupero, fisico e mentale, tra una sessione di apnea e l’altra?
«Il recupero, per me, è parte integrante dell’allenamento. In apnea, il corpo ha bisogno di tempo per riassorbire gli stimoli, ma anche la mente ha bisogno di “svuotarsi” per tornare lucida, centrata, presente. All’inizio facevo l’errore di voler fare tanto, troppo. Vedevo ogni pausa come tempo perso. Poi ho capito che senza recupero non c’è crescita, solo accumulo di fatica, e a volte anche regressione. Oggi do molto valore ai giorni di scarico, alla qualità del sonno, all’alimentazione, alla respirazione consapevole anche fuori dall’acqua. Dopo una sessione impegnativa, mi prendo anche uno o due giorni per fare solo stretching, rilassamento o visualizzazione. Il recupero è anche emotivo: ogni immersione, soprattutto in profondità, ti smuove dentro. Ti mette in contatto con parti vulnerabili di te. Se non ti dai tempo per “digerire” quell’esperienza, rischi di portarti tensioni invisibili nelle sessioni successive. In apnea non vinci forzando. Vinci quando sai sentire. E il recupero è il momento in cui torni ad ascoltarti davvero».

