

Ci sono storie che ti ricordano che la passione non ha una data di scadenza. Anzi, in certe vite questa è una scintilla pronta a divampare. Quella di Ageo Clini è una di queste. Farmacista di professione, apneista per amore, a 60 anni ha riscritto i propri limiti personali conquistando record master in profondità. La sua storia comincia negli anni ’80, con un viaggio a Lampedusa, e si snoda tra mare, pesca subacquea, amicizie, allenamenti e tuffi indimenticabili. Quello che colpisce di più, parlando con Ageo, non sono i numeri ma la serenità con cui racconta ogni passo, come se il record fosse un effetto collaterale della gioia di stare sott’acqua
Filippo Carletti
Gli inizi tra pesca e mare
Ageo, torniamo indietro nel tempo: quando hai scoperto l’acqua e la pesca subacquea?
«Avevo 19 anni, era il 1984. Io, mia sorella, il marito e la mia fidanzata di allora ci siamo regalati un viaggio a Lampedusa. È lì che tutto è cominciato: la passione per la pesca è scoppiata all’improvviso. Ricordo la prima volta che ho compensato la maschera, il primo colpo di ventosa… e la mia prima discesa seria, a 18 metri, alla “Madonnina” dell’Isola dei Conigli. Tornai su con gli occhi rossi, mia sorella era spaventata, mentre io ero entusiasta».
Come ti sei formato all’inizio?
«A quei tempi non c’era nulla. Tornato a casa cercai dei corsi di apnea, ma a Lecco non esistevano: nelle scuole di sub si parlava solo di autorespiratore, e l’apnea praticamente non era contemplata. Così ho imparato a modo mio, andando spesso a Lampedusa. Negli anni ’80 e ’90 ci tornavo quasi sempre. Era un altro mondo: pesci enormi, ricciole da 30 chili, mare incontaminato».
Qualche ricordo particolare?
«Ce ne sono tanti. Uno riguarda una giornata magica all’isolotto di Lampione: discesa fino ai 30 metri a occhi chiusi, avevo la telecamera da una parte e il fucile dall’altra, come faceva Dapiran quando filmava, con risultati assai diversi però… Apro gli occhi e vedo 3 metri sotto di me una palla di ricciole, tutte enormi. Uno normale avrebbe sparato subito, io invece ho acceso la telecamera e le ho viste aprirsi a ventaglio e sprofondare lentamente. Dopo una breve planata in orizzontale ho sparato a quella più vicina, ormai ero a 37 metri. L’ho presa, ma le alette non si sono aperte, due scodate e il pesce è scappato. Ricordo ancora la scarica di adrenalina; quando ho voglia di soffrire in silenzio mi riguardo quelle riprese».
L’incontro con Dapiran
Hai citato Dapiran. Com’è nato quel rapporto?
«Alla fine degli anni ’90 c’erano crociere di pesca sub organizzate da Bellani, Ramacciotti e Tortorella. Partecipai a due edizioni della settimana blu in Capraia e in Corsica, assistendo a spettacoli indimenticabili. Tre anni dopo incontrai Dapiran, che per tutti noi appassionati era una star, un maestro indiscusso, grazie ai suoi epici video. Uno fra tutti “L’agguato profondo”. All’epoca mi disse: “Sei dotato, ma peschi poco.” In effetti non avevo mai quella fame assoluta di catturare a tutti i costi. Poi mi mostrò la sua telecamera e mi propose di seguirlo il settembre successivo per filmare le sue azioni di caccia. Sono tornato con la famiglia da lui in Sardegna, nel Golfo degli Aranci, e facevamo riprese ogni giorno, dalle 5 del mattino. È stata un’esperienza incredibile. Per anni ho continuato così, una settimana di pesca all’anno, qualche uscita con gli amici. Mi bastava. In seguito mi sono iscritto a un corso Apnea Academy con Stefano Tovaglieri, molto istruttivo, nell’intento di migliorare come pescatore. L’apnea pura ancora non mi interessava».
Non ti sei mai sentito frustrato dal non “prendere” sempre?
«No, per me la pesca è sempre stata contemplazione. Non avevo la grinta del predatore puro. Mi bastava esserci, scendere, guardare, filmare, e se andava bene ci scappava anche la cattura».
Dal mare al lago: l’incontro con l’apnea sportiva
Quando è cambiato tutto?
«Verso il 2018. Al Moregallo, a 15 chilometri da casa, c’era un gruppo di apneisti che si allenava al lago. L’ho scoperto grazie ai social e ho deciso di provare. All’inizio facevamo discese per nulla strutturate, giusto per divertirci. Poi, con l’avvento del gruppo WhatsApp, ho conosciuto Jun Matsuno».
Il coach che ti ha cambiato la vita…
«Esatto. Lui mi ha insegnato la tecnica del mouthfill e ho iniziato a migliorare in modo sensibile: in poco più di un mese sono passato dai 40 ai 56 metri con la maschera. All’inizio mi bastava, ero felice così. Poi Jun mi ha detto: “Perché non pensi all’agonismo?” Ridevo, ma ormai il tarlo era piantato».
E hai iniziato a gareggiare.
«Sì. Nel 2023 il Trofeo Genoni è stata la mia prima gara: 50 metri, ed ero al settimo cielo. Da lì ho iniziato a pensare diversamente: obiettivi, allenamento strutturato, programmazione. Jun mi ha insegnato a ottimizzare il tempo e a dare un senso a ogni allenamento. Oggi gli do ragione al 100%, e lo ringrazio».
I primi record e l’emozione di Dahab
Poi sono arrivati i record master.
«Esatto. Nel 2024 ho partecipato agli Italiani a Riva del Garda. Con le bipinne ho ottenuto il record italiano master in acqua dolce: 64 metri nella mia categoria di allora (M1, 55-59 anni). È stato un tuffo felice, più che un risultato. Poi ad aprile di quest’anno, spronato da Jun, mi sono concesso un mese di assenza dalla farmacia per allenarmi a Dahab. È stata la svolta: rallentare i ritmi, vivere semplice, respirare senza stress. Ho partecipato alla mia prima gara internazionale: 65, 69 e 72 metri. Ho battuto il record italiano master in mare che apparteneva a Enrico Diana, ma che temo presto si riprenderà, da atleta forte quale è!»
Come ti sei sentito?
«Benissimo. Non solo per i numeri: Dahab ha un’atmosfera unica. Mia moglie mi ha raggiunto negli ultimi giorni e condividere con lei la gioia di quei tuffi è stato speciale».
Poi sei tornato…
«Purtroppo… Rientrato a casa il primo obiettivo era fare bene ai Campionati italiani svoltisi il 19 e 20 luglio, confermando se possibile la stessa quota fatta a Dahab. Nonostante le diverse e più ostiche condizioni ambientali, è andata come speravo: ho fatto due bellissimi tuffi, il sabato a 72 e la domenica a 73 metri, quota quest’ultima che mi è valsa il terzo posto assoluto dietro a due atleti del calibro di Davide Carrera e Michele Usai, nonché in entrambe le giornate la medaglia d’oro nella categoria master M2. Non puoi immaginare la mia felicità, ma soprattutto l’incredulità!».
Mentalità, coaching e preparazione
Hai parlato di mental coaching: che ruolo ha avuto?
«Importante. Per gli Assoluti mi sono fatto dare dal mio mental coach e amico Remo Bernardi qualche consiglio specifico: ripetere un mantra durante la caduta, momento in cui sei immobile, il freddo ti avvolge e devi essere sereno, rilassato e concentrato sulla compensazione, pena il ritorno in superficie anticipato. “L’acqua mi guida, il corpo si adatta, il cuore sorride.” Mi ha aiutato tanto a godermi i tuffi invece che subirli. A non inseguire le cifre».
E l’allenamento in piscina?
«Per me è una tortura (ride n.d.r.). Ammiro chi fa 200 metri in dinamica, io non potrei. Però grazie a Pietro Sali, esperto istruttore di nuoto pinnato e di apnea, sto lavorando molto. Un altro lato da sviluppare è l’attività in palestra, con i pesi. È un aspetto che dovrò coltivare con impegno: più massa muscolare vuol dire più ossigeno immagazzinato, più mioglobina, più resistenza».
Il mio lavoro
Da farmacista, come ti approcci agli integratori?
«Con equilibrio. Non sono uno che prende tutto. Quasi nulla in realtà, ma so che molti atleti forti utilizzano proteine, aminoacidi e creatina, che aumenta la contrattilità muscolare. Invece, faccio uso regolare di un integratore che conosco bene: la N-acetilcisteina, il famoso Fluimucil, nato come mucolitico ma in realtà ottimo antiossidante. Aiuta a combattere lo stress ossidativo, che in apnea è importante. Ma la verità è che la differenza la fanno allenamento, vita sana e serenità».
Attrezzatura e pinne
So che anche sull’equipaggiamento hai trovato qualcosa di speciale.
«Sì, nel 2023 ho comprato le MB 001 di C4, durezza 15, praticamente burro, con scarpette 250 che reputo ottime. Con quelle ho fatto i 72 di Dahab. In seguito sono stato contattato da Marco Ciceri, di C4 Carbon, che mi ha proposto di testare in anteprima un nuovo modello di pinne in uscita i questi mesi. Si tratta di pinne pensate esclusivamente per l’apnea, dotate di scarpette anatomiche differenziate, destra e sinistra. Verranno lanciate in due versioni: una in silicone molto morbido, l’altra in gomma più rigida, entrambe abbinabili a pale dedicate disponibili sia in carbonio che in vetroresina. Dopo aver provato diverse combinazioni di scarpette e pale, ho trovato quella ideale per me: le scarpette in silicone - comodissime anche a piede nudo per le lunghe sessioni - abbinate a pale in vetroresina morbide. Si chiamano SPORTtech e come detto vengono presentate al pubblico in questo periodo. Con queste pinne ho fatto i due tuffi al Campionato italiano di Riva del Garda. Rispetto alle precedenti e già ottimi modelli pinne, con questi la risalita da profondità importanti è avvenuta a un’ottima velocità (quasi 1,2m/sec) senza avvertire un sensibile affaticamento muscolare. Le mie gambe ancora ringraziano!»
Guardando avanti, cosa vedi?
«Voglio migliorare ancora qualche metro. Non so quanti, ma la motivazione c’è. Mi allenerò anche a secco, più seriamente. E sogno, perché sognare non costa nulla: mi piacerebbe provare a raggiungere i grandi della mia categoria, come David Mellor (87 metri in bipinne) o Pete Botman. Loro sono i migliori, ma oggi sento che forse posso dargli fastidio».
E la pesca?
Resta il mio primo amore, ma mia moglie ora ha paura: paradossalmente l’apnea sportiva è molto più sicura della pesca, soprattutto se profonda. Forse faticherò a tornare a Lampedusa a pescare come prima. Però il mare resta il mio compagno di vita, e la pesca subacquea la brace che arde sotto la cenere, pronta a divampare ancora, ravvivata da un minimo alito di vento».
Ageo Clini, la storia di chi, a 60 anni, ha ancora voglia di scoprire il proprio limite, senza ansia di superarlo, ma con la curiosità di avvicinarsi un po’ di più ogni volta. Il suo mantra rimane lì, sospeso come un invito: “L’acqua mi guida. Il corpo si adatta. Il cuore sorride”.

