

Appena tre giorni a Cabo de São Vicente, in Algarve, prima che la zona venga investita da una tempesta atlantica d’inaudita violenza, che costringerà a riporre l'attrezzatura sino al giorno del rientro. Un tempo tuttavia sufficiente ad apprezzare la bellezza di questo tratto di costa portoghese, dove vertiginose falesie di roccia calcarea subentrano ai chilometrici spiaggioni, mecca del turismo balneare e degli appassionati di surf di tutta Europa
Alberto Martignani
Alle fine di gennaio di quest'anno, mentre il ciclone Harry sconvolgeva le coste della Sicilia, della Calabria e della Sardegna, un'altra tempesta, questa volta atlantica, si avvicinava minacciosa alle coste occidentali dell'Europa. Nonostante ciò, non avevo voluto rinunciare alla trasferta già da un paio di mesi programmata nel Sud del Portogallo. M'illudevo che il duplice, poderoso ridosso rappresentato dall'imponente Cabo de São Vicente e dalla successiva, poco meno massiccia, Ponta de Sagres, risultassero sufficienti a proteggere dallo sconvolgimento le località di Sagres e Raposeira.
Le previsioni davano vento tendenziale da nord/nord ovest, inizialmente di una ventina di nodi, che poi avrebbe progressivamente rinforzato sino a 50 nodi, con transitorie rotazioni da sud ovest e nord ovest.
Il giorno dell'arrivo ero subito andato a sondare la situazione dell'oceano alla base del vertiginoso strapiombo di Cabo de São Vicente, al cui bordo, alcuni assicurati da funi, altri temerariamente a corpo libero, i cannisti locali gettavano le loro esche nei flutti per insidiare i grossi saraghi impegnati a mangiare in parete.
Al largo di questo promontorio, che rappresenta l’estrema propaggine occidentale dell'Algarve, le acque sono sempre agitate, ma nell'ampia rientranza formata dalla costa sulla sinistra la situazione risultava più che accettabile e addirittura, una volta scapolata la successiva Ponta de Sagres, le acque apparivano quasi calme davanti all'abitato e alle spiagge dell'omonima cittadina, con l'onda lunga atlantica che frangeva senza eccessiva violenza sul litorale e contro la successiva Ponta da Atalaia.
Nel complesso, una situazione più che favorevole a scendere in acqua, tanto più che il sole splendeva e la temperatura esterna risultava del tutto gradevole, sui 16 gradi.
Un inizio promettente...
Avevo atteso che la marea avanzasse sino a un paio d'ore dal suo culmine (previsto attorno alle 15.30), per poi scendere in acqua dall'ampio, spiaggione di La Mareta, dopo aver lasciato l'auto ed effettuato la vestizione nel parcheggio prospiciente il noto ristorante O Telheiro do Infante.
Nel periodo della vacanza il differenziale di marea risultava essere di poco superiore ai tre metri e, come in molte altre località atlantiche, scendere in acqua nelle ultime fasi di marea crescente poteva sicuramente regalare qualcosa in termini di movimento di pesce.
Nonostante il clima primaverile, mi ero comunque attrezzato con un completo da 7 millimetri, ben sapendo di incontrare temperature sovrapponibili a quelle invernali del nostro Mediterraneo (14 gradi circa).
L’idea era di scendere a ridosso dell'alta parete della Ponta da Atalaia (a sinistra della spiaggia), pescare in schiuma nell'articolato bassofondo che precedeva la punta e quindi, scapolata quest'ultima, dove il fondale inizia a scendere progressivamente, aumentare la profondità d'esercizio quel tanto che fosse risultato necessario. Allo scopo, avevo scelto di utilizzare un arbalete da 94 monoelastico, un giusto compromesso tra maneggevolezza e gittata.
La pesca in schiuma nel tratto iniziale aveva rivelato una buona presenza di pesci, in forma di branchi di saraghetti, cefali e qualche piccola spigola. Tuttavia, non avevo visto proprio nulla che meritasse un tentativo di cattura.
Scapolata la punta, la conformazione del promontorio cambia: aumentano sia la profondità alla base della parete che la complessità del fondale, con un paio di piccoli faraglioni e un insieme di grosse rocce semiaffioranti, sulle quali le onde frangono generando gorghi e correnti. Questa morfologia si mantiene pressochè invariata per oltre un chilometro, sotto la falesia di Atalaia, sino alla rientranza ove si colloca il porto di Sagres. Da subito avevo notato un incremento sia nel numero dei saraghi che nelle loro dimensioni medie, finalmente con qualche esemplare corpulento, tuttavia sempre estremamente diffidente. I saraghi più belli restavano infatti alla periferia del branco e non era possibile indurli con l'aspetto ad avvicinarsi.
Frequentemente, durante gli appostamenti sul fondo o tra le rocce, qualche branchetto di cefali, con esemplari anche superiori al chilo, irrompeva sulla scena e transitava perfettamente a tiro. Ma li avevo regolarmente ignorati, sperando in qualcosa di meglio...
E infatti, finalmente, ero riuscito a portare a tiro un sarago discreto, e l'avevo catturato con un tiro da media distanza.
In uno dei tuffi successivi, atterrato su una roccia piatta che consentiva di affacciarsi su una specie di corridoio tra la mia postazione e un insieme di roccioni qualche metro davanti, mi godevo il passaggio di un branco di saraghi quando, inaspettatamente, una spigola sui due chili aveva fatto irruzione sulla scena, a partire dal mio lato sinistro. Il pesce procedeva tranquillo a mezz'acqua, senza dar segno di avermi percepito, in quanto procedeva rettilineo senza modificare nè la traiettoria nè la velocità del nuoto. Siccome la distanza risultava al limite, mi ero proteso tutto in avanti ed ero riuscito a scoccare un buon tiro, che aveva centrato il pesce con precisione sulla linea laterale. L’animale era finito in sagola, per cui il successivo recupero non aveva destato preoccupazioni.
Soddisfatto, avevo concluso la giornata con la cattura di un secondo sarago, per poi risalire, intenzionato a risparmiare energie per le uscite che contavo quotidianamente di effettuare nei giorni a venire.
Una cattura prestigiosa!
Il pomeriggio dopo le condizioni generali si presentavano ancora favorevoli, seppure con un certo incremento dell'onda davanti a Sagres che mi aveva indotto a spostarmi verso est, in cerca di zone ancor più ridossate. Passata la piccola località di Vila do Bispo, è possibile raggiungere il paesino di Raposeira, dove si può abbandonare la strada principale e seguire l'indicazione turistica per le spiagge ("praias"). Bisogna percorrere una mezza dozzina di chilometri su stradine strette di campagna che consentono di raggiungere tre spiagge che interrompono la costa rocciosa. Lungo il tragitto è possibile fermarsi, se lo si desidera, a vedere un menhir di epoca megalitica, che testimonia la colonizzazione umana di questa costa sin da tempi antichissimi.
Fra le tre spiagge raggiungibili, avevo scelto di fermarmi in quella centrale, più piccola, Praia da Ingrina, strettamente incassata tra due punte molto frastagliate, con lingue di roccia e scogli affioranti su cui l'onda frangeva. Sceso in acqua, mi ero diretto verso destra e, raggiunta una prima puntarella, avevo iniziato a immergermi su una franata di roccia che prosegue sino a una cinquantina di metri al largo, per poi lasciare posto alla sabbia. Il fondo, ricco di massoni sovrapposti, scende sino a una dozzina di metri. Avevo tuttavia scelto di concentrare gli sforzi in quella fascia, più prossima alla parete, in cui la risacca movimentava a sufficienza il fondale, evitando di avvicinarmi al punto tale da poter essere catturato dall'onda e proiettato contro la roccia.
Ballonzolanti nella risacca, centinaia di piccoli saraghi, mentre tra le rocce zigzagavano i voluminosi marvizzi atlantici. Avevo avvistato anche alcune grosse triglie, ma per il momento avevo deciso di trascurarle. Finalmente, grazie a un ottimo occultamento, ero riuscito a far avvicinare un maggiore, arrivato dal largo e avvicinatosi lentamente sino aa arrivare a tiro. Purtroppo, al momento di sparare, la risacca aveva spostato la punta del fucile allarmando lo sparide, che aveva scodato nel momento stesso in cui avevo premuto il grilletto. L'asta lo aveva solo sfiorato. Mugugnando contrariato avevo ricaricato e proseguito la pescata sino a raggiungere una successiva punta e, in particolare, un grosso scoglio che emergeva una quindicina di metri al largo, parte emersa di un esteso panettone subacqueo. Ero sceso alla base, in circa otto metri e avevo portato l'aspetto verso il largo. In mezzo ai soliti saraghi e saraghetti avevo dopo poco scorto avvicinarsi frontalmente, nell'acqua velata, una voluminosa sagoma di colore neutro. Il grosso pesce era arrivato deciso sino a un metro e mezzo dalla punta del fucile. Al primo accenno di girarsi avevo premuto il grilletto, colpendolo obliquamente. Mentre, felice, lo riportavo in superficie, avevo osservato il non-colore apparente della livrea accendersi nel fiammante rosso acceso di uno splendido pagro reale di quasi 3 chili.
Appagato dalla cattura avevo fatto retromarcia, a questo punto pervaso da un sentimento di sereno ottimismo circa il prosieguo della vacanza.
Un interessante antemurale
Il giorno successivo, invece, il vento aveva notevolmente implementato la propria forza. Nonostante la provenienza da nord-ovest, rispetto alla quale la zona di Sagres risulta ridossata, la mole delle masse d'acqua spostate appariva tale da movimentare l'oceano anche sul versante sud-orientale della piccola penisola. Dal mio punto d'osservazione sul promontorio di Atalaia era infatti possibile assistere all'ingresso, da ovest, di enormi onde che andavano poi a infrangersi sulle scogliere, squassandole. Assolutamente impossibile immergersi sia a La Mareta che nella più orientale spiaggia di Martinhal, che a sua volta rientrava tra i miei possibili obiettivi. Una rapida ricognizione alle spiagge di Raposeira consentiva di rilevarne, allo stesso modo, l'impraticabilità. Anche il meteo era peggiorato, e alle raffiche di vento freddo si associavano ora improvvisi e violenti piovaschi, mentre nuvoloni neri, stratificati, correvano veloci nel cielo.
L'unica zona che appariva in qualche modo praticabile era l'antemurale esterno del porto di Sagres (Porto da Baleeira), in quanto direttamente schermato dal promontorio di Atalaia.
Una volta parcheggiato alla base del molo e salito alla sommità di esso tramite una scalina in cemento, avevo poi disceso con cautela la franata esterna di massoni sino a raggiungere l'acqua. Per calarmi senza essere risucchiato da qualche vortice di risacca e sbattuto sugli scogli, avevo dovuto studiare attentamente la fase dell'onda. L' operazione era andata a buon fine e mi ero ritrovato in marea, alla base di un antemurale che, sin dal primo tuffo, in cui ero letteralmente atterrato su una spigola fuggitami da sotto l'addome, appariva ben popolato di pesce.
Al tuffo successivo avevo avvistato una grossa seppia appoggiata su una roccia. Avevo tergiversato troppo, cercando un angolo di tiro che mi consentisse di non sfracellare la punta dell'asta, e il mollusco si era dileguato in una nuvola d'inchiostro. Perseverando nel tuffo avevo tuttavia avvicinato un sarago, riuscendo a catturarlo.
Avevo proseguito, pescando con un misto tra agguato e aspetto, dapprima sui sassoni grezzi e poi sui tetrapodi che, a un certo punto, erano subentrati. Veramente notevole la presenza di cefali, anche grossi, e di saraghi. Purtroppo, i saraghi di maggior mole tendevano a restare defilati, ai margini esterni dei branchi, e risultavano difficili da insidiare con la limitata gittata del 90. Avevo catturato un esemplare di media taglia. Poi ero riuscito a colpire, a fine corsa, un sarago davvero grosso. Il pesce aveva sussultato, una volta colpito, e sembrava essere precipitato sul fondo assieme all'asta. Malauguratamente, una volta sceso a recuperarla, l'avevo ritrovata desolatamente vuota.
Una spigola da chilo era passata lontana e non aveva prestato alcuna attenzione nè a me nè ai richiami che avevo provato a emettere. Una seconda, di circa un chilo e mezzo, l'avevo individuata curiosamente imbrancata assieme a una miriade di grosse occhiate. Questa volta il richiamo effettuato colpendo una roccia con il calcio del fucile era risultato efficace, ma il pesce aveva scartato improvvisamente al momento del tiro.
In prossimità della punta avevo poi catturato il sarago più grosso della giornata, sempre con un tiro piuttosto lungo, e infine un cefalone, tra gli innumerevoli che avevo avvistato.
Per la risalita, non me l'ero sentita di affrontare le onde che frangevano ormai con una certa violenza sugli elementi della diga, per cui avevo proseguito il nuoto all' interno del porto e, alla prima occasione utile, ero risalito, al riparo dai marosi, dalle rocce che rinforzavano il molo da questo lato.
Arriva la "depressão Ingrid”
Il giorno successivo, la speranza che il Cabo de São Vicente e gli altri promontori potessero, almeno in parte, schermare quella che a questo punto si era configurata come una vera e propria tempesta atlantica, appariva definitivamente svanita. Percorsi i pochi chilometri in auto sino al Cabo de São Vicente, risultava impressionante vedere onde alte sino a una decina di metri infrangersi contro le alte scogliere e i faraglioni. Il vento era così forte da trascinare via una persona.
Nelle spiagge a ridosso, le onde che si alzavano in prossimità della riva venivano "decapitate" dal forte vento da terra, con le creste che si disintegravano in un'esplosione di aerosol. Nonostante ciò avevo ugualmente provato a pescare. Al Porto da Baleeira, dove la situazione appariva leggermente meno critica, risultava impossibile scendere in acqua dal lato esterno. Avrei però potuto scendere dall'interno del porto, e provare a scapolare la punta verso l'esterno, in senso opposto a quanto effettuato il giorno prima.
Una volta sceso in acqua avevo però constatato come, anche dentro il porto, l'acqua fosse già stata intorbidata dalla sabbia e dai frammenti vegetali in sospensione, con visibilità pressochè nulla. Una volta all'esterno, la situazione non era apparsa certo migliore. Inoltre, la risacca tra i tetrapodi risultava fortissima e rendeva quasi impossibile mantenere la posizione. Avevo ugualmente provato ad ancorarmi tra le strutture in cemento e a dirigere il fucile dal basso verso l'alto, sperando di captare in controluce qualche sagoma interessante.
A parte qualche fugace ombra di cefalo non avevo tuttavia intravvisto nulla. Soprattutto i saraghi, dei quali il giorno precedente erano presenti migliaia di esemplari, erano volatilizzati. Avevo ben presto valutato come il gioco non valesse la candela, ripercorrendo a ritroso la strada fatta sino al punto di partenza, ove ero risalito.
I restanti giorni della vacanza, con l'attrezzatura già imballata per il viaggio di ritorno, avrei impiegato il tempo a percorrere a piedi i sentieri costieri della selvaggia "Costa Vicentina", mentre la tempesta, denominata Ingrid, scaricava la propria furia su tutta la costa occidentale dell'Europa, bloccando per diversi giorni il traffico nautico sino alle ben più settentrionali isole britanniche.
La tempesta, accompagnata da violente piogge e nevicate anche a bassa quota, avrebbe persistito per tutta la settimana successiva, causando danni e inondazioni in numerose località del Portogallo, sia continentali che costiere.

