

Il forte atleta e bravissimo videomaker dopo tanti anni ha deciso di cambiare sponsor. Ricerca di nuovi stimoli, di nuove sfide? Ce lo racconta in questa intervista
Anselmo Bozzoni
Dopo oltre vent’anni di collaborazione con lo stesso marchio, Andrea Calvino ha deciso di cambiare casacca e di entrare nel team di Cetma Composites. Lo abbiamo incontrato per farci spiegare i motivi di tale scelta.
Andrea, immagino che non sia stata una decisione semplice. Quando hai capito che era arrivato il momento di cambiare?
«Sul piano emotivo non è stato facile dato che per me C4 era diventata come una sorta di famiglia. Ho capito che era arrivato il momento di cambiare quando ho cominciato per la prima volta a non avere più stimoli nel produrre contenuti per l’azienda».
Che tipo di rapporto si era creato nel tempo tra te e l’azienda con cui hai collaborato così a lungo?
«Un rapporto di fiducia reciproca, di amicizia al di là del lavoro».
Pensi che questo cambiamento rappresenti più una scelta tecnica, personale o una naturale evoluzione del tuo percorso nella pesca in apnea?
«Credo che prima di tutto sia una scelta personale perché Cetma Composites rappresenta meglio di chiunque altro il mio modo di intendere l’attrezzatura da pesca».
Cosa hai trovato nel nuovo brand che ti ha convinto definitivamente a fare questo passo?
«Tanti aspetti assieme. Intanto, il fatto che sia una realtà tutta italiana di ingegneri appassionati di apnea e di pesca; persone che progettano articoli di altissimo livello tecnico curati in ogni dettaglio e prodotti all’interno dell’azienda, quindi con il pieno controllo su tutte le varie fasi di realizzazione».
Dal punto di vista dell’attrezzatura, quali caratteristiche oggi ritieni imprescindibili e che magari trent’anni fa non avevano la stessa importanza?
«Trent’anni fa era un altro mare, molto più ricco di pesce e le occasioni di cattura durante un’uscita erano molte di più. Oggi è raro imbattersi in una bella preda, ecco perché diventa fondamentale disporre di un’attrezzatura perfetta e performante per cogliere quell’unica occasione, se siamo fortunati, che ci si presenterà davanti».
In questi anni la pesca è cambiata molto. Quali sono, secondo te, le evoluzioni tecniche più significative che hai vissuto in prima persona?
«La più grande rivoluzione è stata l’introduzione della cartografia elettronica e del Gps. Prendere le mire a terra e non avere una chiara idea visiva dell’andamento del fondale ti assicuro che rendeva l’immersione mille volte più difficile, ed era assolutamente un bene con il senno di poi. Come seconda cosa metto i moderni ecoscandagli con scansione laterale e i motori elettrici di prua, mentre per quanto concerne l’attrezzatura direi le pinne in carbonio e il sistema vela sugli arbalete».
Anche l’approccio dei pescatori è diverso rispetto al passato: più tecnico, più selettivo, forse più consapevole. Ti ritrovi in questa lettura?
«Si, fortunatamente la tendenza si sta piano piano spostando verso la cattura di un’unica bella preda piuttosto che su una collana di pesci. Il mare, come ho detto prima, è molto più povero, quindi necessita per forza di cose di un approccio differente. La cattura in sé per quanto mi riguarda non è più così importante come lo era anni fa. Oggi ho imparato a godermi ogni attimo e ogni aspetto dell’uscita in mare. Anche il semplice avvistamento di una preda o lo scoprire un nuovo particolare, un nuovo piccolo dettaglio che, come un tassello, va ad arricchire il mio bagaglio di esperienza, mi fa tornare a casa soddisfatto».
Che tipo di pesca senti oggi più tua? Aspetto, agguato, tana, profondità… e come è cambiata rispetto agli inizi?
«La pesca in tana mi ha forgiato nel tempo. Mi ha permesso di sviluppare quella pazienza e quello spirito di osservazione, quella sensibilità nel leggere il fondale che fa la differenza. Attualmente, però, sento di aver superato quella fase e anche se continuo a praticarla è la tecnica che mi dà meno soddisfazione. L’aspetto e l’agguato sono le mie preferite perché mi emozionano. Riuscire a ingannare e portare a tiro una bella preda, poterla, ancora prima di premere il grilletto, ammirare in tutta la sua maestosità in acqua libera non ha eguali».
Se dovessi scegliere le prede che rappresentano meglio la tua storia di pescatore, quali sarebbero e perché?
«Il sarago per tutta la mia prima fase di pescatore, compresa la parentesi agonistica. È stata la preda con cui in assoluto mi sono più confrontato. La cernia è stata importante nella seconda fase perché ha messo alla prova le mie capacità tecniche nel cercarla e nel catturarla; cercavo sempre di fulminarla per riuscire a estrarla senza rischi né fatica. Oggi però sento di vivere un’ulteriore fase: mi interessa principalmente la cattura della grossa preda (ricciola o dentice) in acqua libera. Il resto è solo un ripiego che non mi appaga più molto».
Quanto conta oggi la ricerca su materiali, idrodinamica, assetto e tecnica?
«Conta sempre di più perché dobbiamo essere totalmente a nostro agio in acqua. Dobbiamo avere un’attrezzatura perfetta e con prestazioni fuori dal normale per poter cogliere le rare occasioni che si presenteranno».
Cambiare brand dopo così tanto tempo significa anche rimettersi in gioco. Ti senti ancora in una fase di crescita come atleta?
«Con le gare ho chiuso definitivamente da anni e non rimpiango assolutamente la scelta. Si è spento dentro di me lo spirito competitivo e questo vale in qualsiasi aspetto della vita, non solo nella pesca. Sento invece un’enorme spinta a continuare ad andare in mare per conto mio. Mi sento più una creatura acquatica che terrestre, ecco perchè non potrei vivere all’asciutto per lungo tempo».
Guardando al futuro, cosa ti stimola di più: la sfida tecnica, l’esplorazione di nuovi spot o la trasmissione dell’esperienza ai più giovani?
«Condividere e documentare la mia passione con altre persone attraverso i video è un grande stimolo. La sfida tecnica e la ricerca sono due aspetti che fanno parte dell’essenza stessa della mia concezione della pesca, quindi credo di non dover aggiungere altro».
Un messaggio che vorresti dare ai ragazzi che si avvicinano adesso a questa disciplina
«Viviamo in una società che ci bombarda di informazioni e come conseguenza fa collassare la nostra attenzione. Ecco perché la pesca e l’apnea in generale sono discipline più importanti che mai perché ci educano all’osservazione, all’ascolto e alla presenza. Coltivano e fanno nascere quella sensibilità per ascoltare noi stessi che sta diventando sempre più rara. Se guardate alla pesca solo come un’attività di prelievo rimarrete delusi e la abbandonerete quasi subito. Se, invece, la vivrete come scuola di vita per educare e plasmare il vostro carattere vi darà molto più di quanto immaginiate».

