

Da Nord a Sud, dal Mare del Nord a Gibilterra, lungo la costa atlantica della nostra Europa, 26 location per una vacanza all'insegna dell'avventura, sfidando onde, maree, correnti, in un ambiente costiero e sottomarino ancora integro e selvaggio. Scendendo lungo la linea costiera del Portogallo, si raggiungono, a Sud di Lisbona, le regioni dell'Alentejo e dell'Algarve, dove le caratteristiche del fondale cambiano ancora
Alberto Martignani
Sesimbra
Allorchè, scendendo verso sud, lungo le coste portoghesi, superiamo Lisbona e l'estuario del grande fiume Tejo, osserveremo la scomparsa della grande dominante, sino a quel momento, dei fondali atlantici, ovvero l'alga laminaria. I fondali risulteranno più simili a quelli mediterranei o, se vogliamo, a quelli baschi, con la roccia coperta da un'alga bassa e rada.
A una trentina di chilometri a sud di Lisbona, Sesimbra è una vivace cittadina di mare alla cui antica vocazione mercantile e peschereccia se n’è associata una, più recente, turistica e balneare. Localizzata sul versante meridionale di una larga lingua di terra compresa tra le foci acquitrinose del Rio Tejo e del Rio Sado, è protetta a ovest dall’imponente bastione roccioso di Cabo Espichel. Alla sommità di quest'ultimo, occupata dall'austero santuario settecentesco di Nossa Senhora do Cabo, si raggiunge, dalla cittadina di Azoia, tramite una strada stretta, lunghissima e straordinariamente rettilinea. Se, un chilometro prima di arrivare al santuario, si svolta su una stradina laterale a destra, sarà invece possibile accedere a una costa alta e scabra, interrotta da alcune cale (quasi tutte irraggiungibili via terra) prima di arrivare, oltre la località di Alfarim, a un litorale basso e sabbioso, spalleggiato dalla grande pineta di Aldeia e che prosegue, senza soluzione di continuità, sino a Libona.
Proprio ad Alfarim avevo trovato alloggio, in un torrido fine mese di giugno, presso il B&B Country House, ove avevo affittato per alcuni giorni uno dei "quartos" (miniappartamenti) ancora disponibili. La sera mi ero concesso una lauta cena al vicino ristorante O caramelo, ove avevo potuto gustare la specialità locale, il famoso “naco na pedra”, una grossa bistecca al sangue, alta almeno 6 centimetri, servita sfrigolante su una pietra caldissima; in ogni caso, la mattina successiva mi ero fatto trovare pronto per scendere a pesca.
Mancavano un paio d'ore al culmine di alta marea, e mi ero diretto verso una caletta, detta Praia dos Lagosteiros, l'ultima prima di arrivare a Cabo Espichel, che si sarebbe rivelata, nelle esplorazioni effettuate i giorni successivi, come l'unica accessibile da terra. L'anno prima vi si era tenuta una giornata del campionato euro-africano a squadre e dalle cronache della gara sapevo di poter trovare, un 300, 400 metri al largo, una serie di panettoni di roccia che interrompono la monotonia del fondale sabbioso e si sviluppano parallelamente alla costa. Nel corso del campionato vi era stato catturato diverso pesce bianco.
Dopo alcune centinaia di metri di pinneggiata, con il patema della torbidità dell'acqua che rendeva difficile distinguere le caratteristiche del fondale, ero finalmente riuscito a individuare, sulla batimetrica dei 10, 12 metri, le risalite di roccia di cui ero in cerca. Pescarvi risultò tutt'altro che facile, un pò per il saliscendi dell’onda che ostacolava la ventilazione in superficie, un pò per la corrente che rendeva difficile mantenere la posizione e, molto, per la pessima visibilità, per la quale l'arbalete da 104 che mi ero portato risultava assolutamente sovradimensionato.
Il pesce era sicuramente presente: ombre di grossi saraghi che bucavano ogni tanto la coltre di sospensione ma si dileguavano rapidamente prima che fosse possibile inquadrarli. A causa della forte corrente, diretta verso Cabo Espichel, che impediva di ancorarsi stabilmente al terreno e di brandeggiare il fucile, l'unica tecnica applicabile consisteva nel farsi trasportare “appiccicati” alle formazioni rocciose provando a sparare al volo ai pesci che fugacemente si materializzavano. Ero in questo modo riuscito a catturare un paio di saraghi, prima di essere costretto, dalla fatica e dal timore di allontanarmi troppo dal punto di risalita, a rientrare. Nel pomeriggio, durante una visita alla cittadina di Sesimbra, la mia attenzione era stata attirata dal lunghissimo antemurale di tetrapodi a protezione del porto peschereccio. La zona risulta, in tutta evidenza, protetta dall’imponente ridosso costituito da Cabo Espichel, in quanto il mare era calmissimo, assolutamente piatto. A quell’ora il lungo molo risultava affollato da cannisti e sarebbe stato impossibile immergervisi. Mi ci ero quindi recato all'alba del giorno successivo, trovandolo ancora semideserto e riuscendo a scendere in acqua a un paio di centinaia di metri dalla punta. Mi ero subito trovato avvolto, nell'acqua insospettabilmente limpida, da fiumi di grossi cefali in transito che avevo, per il momento, trascurato. Avevo scoperto come i tetrapodi appoggiassero su un basamento di massoni grezzi che morivano sulla sabbia a circa 12 metri di profondità. Anche qui i saraghi non mancavano, seppur parecchio smaliziati, e ne avevo subito catturato un paio di medie dimensioni, prima di riuscire a centrare, al termine di un agguato coronato da un tiro lunghissimo, un esemplare veramente enorme. Girava anche qualche spigola, purtroppo nessuna di dimensioni interessanti…
Durante un aspetto condotto sulla sabbia, verso il largo, alla base della franata di sassi, un grosso pesce mi aveva puntato lento. Si trattava di un'orata sul chilo e mezzo; sparata in maniera troppo frettolosa, l’avevo sbagliata di poco. Avevo infine preso un paio di spigole, prima di decidere di risalire, anticipando l'arrivo in massa dei cannisti. Sarei tornato a pescare lungo il molo il giorno successivo, al tramonto, approfittando del fatto che il Portogallo disputava quella sera un’importante partita dei mondiali di calcio per cui la diga, circa un'ora prima l' inizio del match, si era svuotata. A onta delle condizioni logistiche apparentemente favorevoli, avrei visto molto meno pesce e catturato solo una spigola di taglia modesta, una seppia e un cefalone. Meglio sarebbe andata nelle successive due uscite alla Praia dos Lagosteiros, in cui avrei tuttavia cambiato strategia: invece di spingermi verso i panettoni di roccia al largo, avrei provato a rimanere sottocosta, dirigendomi a sinistra, verso Cabo Espichel. Da questo lato, dopo un paio di centinaia di metri, il profilo della costa piega quasi a novanta gradi formando un’ampia baia parzialmente ridossata, in cui la risacca si attenua ed è possibile pescare in condizioni di visibilità discrete.
Nel corso della prima uscita avevo trovato un discreto movimento di pesce, soprattutto saraghi, attorno a una serie di scogli affioranti, riuscendo a catturare un maggiore e un bel pizzuto. Perseverando, con un misto di agguato-aspetto, tra questi scogli, avevo infine sparato a una grossa orata.
La volta successiva, grazie a una forte attenuazione del moto ondoso e della corrente, ero riuscito a spingermi ancora oltre, in direzione di Cabo Espichel. Anche la visibilità in acqua era migliorata, a scapito tuttavia di una riduzione del movimento di pesce. Avevo catturato un'altra orata, anche se più piccola di quella del giorno prima, sinchè, all'ennesimo appostamento, una sagoma affusolata e dal nuoto spiraliforme mi era arrivata sin quasi sulla punta del fucile, consentendomi di concludere la vacanza con l'incredibile cattura di un'anguilla, a mezz'acqua, all'aspetto.
Sagres
Con la meridionale località di Sagres, cambia l’ottica della nostra vacanza che, grazie alla mitezza del clima, potrà essere programmata anche in autunno o in inverno. All'estremo ovest della quasi tropicale regione dell'Algarve, la cittadina di Sagres, con il suo piccolo porto peschereccio, è protetta dalle sfuriate dell'oceano da ben due vicini promontori, l’imponente Cabo de São Vicente e la più orientale Ponta do Sagres. Il panorama cittadino è dominato dalla massiccia, omonima, fortezza, edificata a partire dal 1422 da Enrico il Navigatore con l’intento di radunarvi cartografi, astronomi e navigatori e dare così impulso alla sua politica di viaggi, scoperte geografiche e conquiste coloniali.
A Sagres sono stato due volte, entrambe in autunno: la prima, una quindicina d'anni fa, a ottobre inoltrato, la seconda, poco prima del periodo pandemico, circa a metà settembre, riscontrando condizioni e presenza di pesce differenti.
Quindici anni fa avevo pescato qualche volta nella vicina località turistica di Lagos, ove soggiornavo. Il clima era mitissimo e l’oceano increspato da un tiepido vento di sud-ovest. Mi ero immerso una volta lungo l’antemurale del così chiamato porto da Baleeira, catturando un paio di spigole “puntate” (Dicentrarchus punctatum) e due volte dalla spiaggia di La Mareta, davanti al ristorante O Telheiro do infante. Da qui mi dirigevo per un paio di centinaia di metri a sinistra, verso Ponta da Atalaia, che non ebbi tuttavia mai necessità di scapolare in quanto, già nel tratto iniziale, avevo incontrato un articolato bassofondo coperto da un’alga bassa e rada e popolato da un discreto quantitativo di pesce. Soprattutto spigole, saraghi e triglie, che avevo catturato in buon numero.
In occasione della seconda trasferta, le condizioni erano risultate completamente diverse: spirò per quasi tutto il periodo un freddo e fastidiosissimo vento da nord, che aveva pulito il cielo dalle nubi ma che, provenendo da terra, aveva appiattito l’oceano rendendo l’acqua tersissima e gelata, sui 15 gradi, tanto che, con la giacca da 5 e i pantaloni da 3 che mi ero, ottimisticamente, portato, patii tantissimo il freddo.
Nelle prime dalla spiaggia di La Mareta, avevo constatato come, in quelle circostanze, il pesce girasse veramente poco. A parte grandi branchi di cefaloni, che stazionavano sul fondale sabbioso, pressochè indifferenti al mio passaggio, avevo inizialmente visto solo saraghi e orate di piccole dimensioni, e neppure una spigola. Nulla a che vedere co 10 anni prima. La situazione era leggermente migliorata una volta raggiunta Ponta da Atalaia. Oltrepassata una prima punta, dove c’è una bellissima franata di sassoni, la costa, a picco, piega a gomito di 90 gradi, sino a raggiungere una seconda puntarella. In questo tratto la profondità aumenta, ma il fondale, alla base e al largo della parete, si mantiene interessante, spaccato e traforato, con numerosi dossi e canaloni, e qui il pesce era ricomparso in discreta quantità. Per lo più saraghi e orate, sempre piuttosto piccoli, ma con qualche isolato esemplare interessante. Prenderli, però, era tutt’ altro che facile a causa del comportamento isterico dei pesci. Alle obiettive difficoltà operative si aggiunse, in un’occasione, anche la sfortuna, facendomi strappare un’orata, colpita alta, stimabile sul chilo e mezzo.
Conclusa la prima uscita con la cattura di un paio di piccoli saraghi e alcuni cefaloni, la seconda volta studiai una strategia particolare e più ad ampio raggio. Sceso in acqua dalla medesima spiaggia di La Mareta, avevo proseguito, anche stavolta purtroppo con risultati scadenti, sino a completare il periplo dell’esteso promontorio di Atalaia: oltre un chilometro e mezzo! Fino a raggiungere l’antemurale esterno del già a me noto porto da Baleeira, costituito, all’inizio, da una piccola franata di sassoni irregolari, che lasciano poi posto a tetrapodi e, nei 30 metri finali, a cubi ciclopici di cemento.
Le prime scivolate tra sassoni e tetrapodi avevano rivelato la quasi assoluta assenza di pesci al libero, sinchè, nel tratto finale, non avevo casualmente intravvisto una grossa coda scomparire nella fessura tra due sassoni. Avevo allora iniziato a esplorare le intercapedini tra i cubi, ove ebbi la lieta sorpresa di intravvedere, nella semioscurità, frotte di cefali e di saraghi, con diversi esemplari di dimensioni inusitate!
Sebbene il 94 che impugnavo non fosse l’ideale, riuscii comunque a catturare un paio di saraghi mastodontici. Una volta risalito comodamente a terra da una scaletta di cemento collocata sul versante interno del molo, avevo indossato le consuete scarpette di neoprene portate in cintura ed ero rientrato verso l’auto percorrendo a piedi il centro di Sagres. Ero poi tornato al molo il penultimo giorno di vacanza, concentrandomi, stavolta sin dall’inizio, sulla ricerca in tana e portando a pagliolo, anche in questo caso, due bellissimi saraghi maggiori.
Nel frattempo avevo sperimentato un altro spot, la Praia do Beliche, che si incontra percorrendo in auto, in direzione di Cabo de São Vicent , la strada litoranea che corre sopra la falesia. Sceso in spiaggia sfruttando una lunga scalinata in cemento, mi ero diretto a sinistra, ove la parete sembrava precipitare verso una franata. Il fondale si era confermato morfologicamente interessante, ma la presenza di acqua torbida e gelida proveniente da terra lo aveva praticamente desertificato, e tra le volute di mare grigiastro non avevo potuto individuare neppure un pesce degno di questo nome.
L’ultimo giorno avevo deciso di esplorare il tratto di litorale roccioso a est dell’abitato di Sagres. Avevo dunque imboccato con l’auto un tremendo sterrato con sabbia e sassi, sino a raggiungere la lunga spiaggia di Martinhal, ove ero sceso in acqua dirigendomi verso il largo e verso sinistra. Avevo incontrato un fondale piatto ma roccioso, costituito da grossi ciottoli, con qualche agglomerato, o singolo masso, più voluminoso. Da segnalare che, quel giorno, il vento aveva finalmente girato da sud-ovest; il mare appariva leggermente increspato e avevo la netta sensazione che la temperatura dell’acqua fosse, seppur di poco, risalita. Fatto sta che avevo cominciato a vedere un certo numero di saraghi in pochi metri di profondità, e che il loro atteggiamento appariva più tranquillo rispetto ai giorni precedenti.
Stavo conducendo l’ennesima posta quando, nell’acqua velata, era comparso un bellissimo pesce: uno sparide di oltre un chilo, la cui livrea si caratterizzava per una serie di striature chiare verticali. Era arrivato davanti alla punta del fucile, per cui la cattura era risultata agevole. Mi ero così trovato tra le mani un pagro reale (Pagrus auriga), una specie presente soprattutto lungo le coste africane, sia mediterranee che atlantiche.
Avevo proseguito ancora per un po’ gli aspetti a distanza da riva, senza però imbattermi in null’altro d’interessante, per cui avevo valutato opportuno, a un certo punto, stringere verso terra, puntando in particolare verso due brevi lingue di roccia sulle quali vedevo frangere l’onda. A un certo momento un’orata, di peso sicuramente superiore al chilo, era arrivata dall’alto alla mia sinistra. L’avevo rapidamente inquadrata e avevo scoccato il tiro quasi a colpo sicuro. Purtroppo, era rimasta sull’asta, iniziando a sbattere furiosamente, riuscendo così a liberarsi.
In prossimità della riva avevo continuo per un po’ a immergermi nella schiuma, dove girava parecchio pesce, difficile tuttavia da insidiare a causa dell’intensa risacca. Avevo così perduto il tempo su due saraghi e ne avevo sbagliato un terzo.
Sembrava una giornata stregata, finchè non avevo deciso di visitare un grosso scoglio affiorante, distante non più di 200 metri dalla riva. Nei vortici formati dalla risacca attorno all’isolotto gli sparidi sciamavano numerosi, ivi compreso un esemplare di dimensioni assurde, credo non inferiore ai due chili, che non ero riuscito per poco a inquadrare. Non mi ero arreso ed ero finalmente riuscito a prendere un bel maggiore e un faraone, concludendo così una giornata memorabile per quantità e qualità di prede incontrate.

