

Tornato in Grecia dopo un “passaggio” a Dubai, l’atleta ci ha spiegato per filo e per segno cosa è successo in Brasile, in gara come in preparazione
Emiliano Brasini
Gli abbiamo lasciato il tempo di rientrare in Italia dopo le fatiche del Mondiale e di riprendere la sua routine. Poi, lo abbiamo incalzato con le nostre domande e lui, Giacomo De Mola, disponibile come sempre, ci ha raccontato tutto, ma proprio tutto, di questa gara
Hai commentato più volte la differenza tra il mare Mediterraneo e le condizioni brasiliane: quanto hanno influito le caratteristiche dei campi (dimensioni, profondità, corrente) sul tuo piano di pesca?
«In alcune zone la visibilità durante in gara era davvero impraticabile. Per questo motivo molti atleti, invece di distribuirsi su tutto la zona, si sono concentrati su circa metà area, soprattutto nella prima giornata. La scelta decisiva del primo giorno è stata quindi quella di allontanarsi dalla schiuma e dal materiale in sospensione, andando a pescare al largo, su un picco staccato da terra. Lì c’erano diversi atleti, ma comunque nettamente meno rispetto al tratto di costa più basso».
In una competizione così “particolare” e affollata, hai cambiato strategia rispetto al Mondiale in Sardegna o ad altre tue vittorie? Se sì, come?
«La strategia in Brasile è stata ovviamente completamente diversa rispetto al Mondiale di Arbatax, che era una competizione impostata soprattutto sui segnali. Questa, invece, è stata una gara tutta da inventare. Avevamo poche mire e, soprattutto nella prima giornata, è stato davvero necessario costruire la pesca sul momento. Nella seconda frazione, grazie a una visibilità leggermente migliore durante la preparazione, siamo riusciti a lavorare un po’ meglio e ad avere qualche segnale in più. Tuttavia, è stato determinante ripassare più volte sui segnali buoni e riuscire a catturare il salgo de meso (un tipo di sarago), oltre alla salema (una specie di salpa) e ad altri pesci più consistenti.
Qual è stato il giorno o la situazione in gara che ti ha messo più in difficoltà e come l’hai affrontata?«Probabilmente la giornata che mi ha messo più in difficoltà è stata la prima, ma in realtà sono riuscito a trasformare la difficoltà in un’opportunità. La difficoltà è stata che, al primo segnale, sono arrivato su una tana di Sargo de Beco e l’acqua non era praticabile. Subito ho capito che bisognava spostarsi, coprire molta area. C’è stato quindi un momento cruciale, quello della decisione importante. Quando siamo arrivati alla seconda zona, quella dei picchi, ho iniziato finalmente a pescare. E sono riuscito a catturare diversi esemplari di specie differenti. E’ stata una buona scelta, nata da una decisione in parte istintiva, anche se avevamo già in mente di spostarci in quell’area. Ma è stata una decisione presa sul momento: ho visto la situazione e ho detto: “andiamo, subito”.
Come hai gestito il lavoro di squadra e il supporto dello staff (scouting, briefing, logistica)?
«Questa nazionale è stata davvero uno delle migliori degli ultimi anni, soprattutto per il rapporto tra gli atleti in acqua. La comunicazione è stata fondamentale anche durante la preparazione. Ogni sera ci confrontavamo: parlavamo delle condizioni che avevamo trovato, dello stato dell’acqua, di come affrontare il giorno successivo, di dove vivevano i pesci e in quali situazioni. È stata una grande esperienza, non solo come gara, ma anche come momento umano e di squadra».
Hai notato differenze nell’organizzazione tecnica e nelle regole applicate rispetto ad altre edizioni? Se sì, quali e quale impatto hanno avuto?
«Non ho notato grandi differenze. L’organizzazione era a grandi linee quella di un Campionato nazionale sudamericano, quindi con tempi un po’ più lenti rispetto a una gara europea. Però, l’esperienza è stata davvero positiva. A prescindere dai risultati, sono rimasto con un’ottima impressione: persone disponibili, che hanno organizzato il campionato al massimo delle loro possibilità, sempre attenti a qualsiasi atleta e a qualsiasi problema. Certo, ci sono stati diversi inconvenienti durante la preparazione e nella logistica: il meteo non è stato dei migliori, alcune barche hanno avuto problemi, molti atleti hanno avuto difficoltà con la benzina sporca… ma gli organizzatori sono sempre stati presenti per aiutare. Non c’è nulla di cui lamentarsi. Hanno fatto un ottimo lavoro».
Che ruolo hanno avuto attrezzature e materiali (fucile, aste, mute) nella tua performance in oceano? Hai cambiato set-up rispetto a quando peschi in Mediterraneo?
«L’attrezzatura è stata fondamentale. D’altra parte, quando si gareggia ai massimi livelli non ci sono compromessi. Tutto deve essere perfetto. Abbiamo usato soprattutto mute da 5 millimetri in foderato/spaccato perché, una volta sul gommone, il sole picchiava forte e quindi era meglio avere la fodera. Ho utilizzato l’Ultra Camo, il nuovo mimetismo di Pathos, che in quelle acque era perfetto; praticamente invisibile. Mentre come pinne ho scelto le Supreme, l’ultima edizione del Supreme World Champion, un modello che si potrebbe pensare più adatto alle grandi profondità, ma che in realtà va benissimo anche in acque basse, tra la schiuma, in ogni situazione, perché è una pinna molto stabile e dalla spinta potente. Sono infatti molto soddisfatto della scelta fatta. I fucili principali sono stati da 75, sia al libero che in tana. Parlo del Wave Ho modificato leggermente il set-up solo per i pesci più importanti: ho montato un’asta da 6,75 e un elastico da 18 invece dell’asta standard da 6,25 con l’elastico da 16, potenziando così sia l’elastico che il peso dell’asta».
Dopo la tua medaglia d’argento, quali sono le lezioni principali che porti a casa?
«Ogni gara ti lascia qualcosa. Di questo Mondiale porto a casa soprattutto la consapevolezza di essere in grado di pescare senza segnali, senza il metodo europeo. Sono sempre stato abituato a gare con tante mire a disposizione, tante strategie, tante posizioni da cambiare in base agli altri atleti. Qui, invece, c’era più libertà, più istinto, più intuizione. Questa è stata praticamente la prima gara in cui ho inventato molto di più che seguire i segnali. Certo, i segnali ci sono stati, ma non erano al solito livello, quando scendi, c’è la cernia e spari. Anche se andavo sul segnale, dovevo inventarmi l’azione: magari c’erano pesci, ma non erano visibili poiché l’acqua era nera o si spostavano da un punto all’altro. Quindi non era davvero un segnale, dovevo comunque pescare. È stata la mia prima gara in cui ho fatto soprattutto questo, e devo dire che mi sono divertito davvero tanto».
Sei soddisfatto del risultato o senti che, date le condizioni, avresti potuto ottenere di più? E se sì, perché?
«Non sono riuscito a sparare il primo giorno al primo tuffo; forse è stato l’unico momento in cui mi sono distratto un attimo e ho perso un pesce; probabilmente è nato dal fatto che la gara era appena iniziata e nei giorni di preparazione non avevo pescato molto. Solo un’ora all’inizio. Questo è stato il mio errore. Purtroppo, anche nei due giorni precedenti il campionato, quando avrei voluto pescare almeno 4 o 5 ore, non è stato possibile perché la visibilità fuori dal campo era praticamente nulla. Abbiamo provato, ma abbiamo dovuto rinunciare: si vedeva appena pochi centimetri. Ecco perché non ho avuto la possibilità di entrare davvero nella giusta condizione prima dell’inizio del Mondiale. In ogni caso, è stato l’unico errore, perché poi per il resto non ne ho commessi altri. Con quel pesce probabilmente avrei potuto vincere. Tuttavia, sono molto soddisfatto del risultato: si tratta di un podio importante, in un oceano davvero difficile. È il terzo podio consecutivo in un Mondiale, quindi sono contento di esserci. Certo, sarebbe potuta andare meglio, ma sarebbe anche potuta andare peggio».
C’è una cattura o un momento in gara che ricorderai in modo particolare? Raccontaci quale…
«Probabilmente il momento più emozionante è stato, soprattutto il primo giorno, l’ultimo respiro della gara. Alzo la testa e c’è Fabio che mi dice: “Giacomo, un minuto… no, un ultimo respiro, un ultimo respiro”. Faccio l’ultimo respiro e mentre sono lì, sul fondo, concentrato, contando e contando, guardo l’orologio: 30 secondi, 32 secondi. Penso: “Ok, arrivo fino al minuto, poi risalgo”. Appena torno con lo sguardo al fucile, vedo il pesce: un mackarel che mi passa davanti. Premo il grilletto e risalgo. È stata un’emozione forte, davvero bella. Il secondo giorno, invece, inizio su un sarago che, purtroppo, per la scarsa visibilità, non non riesco a catturare. Il pesce si era mescolato con altri grandi pesci angelo neri e non riuscivo a distinguere se fosse un sarago o un angelo nero, e ho perso il momento. Però non ho perso la speranza e ho continuato a pescare nei dintorni. E all’improvviso sento un tonfo sordo, un rumore forte. Mi giro e vedo arrivare un robalo. È stato un’altra emozione intensa: un bellissimo robalo di oltre 1,5 chili, sparato con il fucile da 75. Bellissimo. Ma le emozioni non finiscono qui. L’ultimo pesce importante del secondo giorno è stato il Sargo de Beco, di quasi 3 chili, un pesce che cercavo praticamente da tutto il giorno, passando più volte sul punto e su altri punti senza riuscire a catturarlo. Ho continuato a crederci fino alla fine, perché sapevo che erano lì, li avevo visti in preparazione. In quel momento, però, si muovevano da una pietra all’altra. Ho iniziato a posizionarmi tra 3 o 4 grandi scogli, e mi sono detto: “Devo prenderne uno, devo prenderlo”. Alla fine ci sono riuscito: all’inizio passavano davanti a me esemplari da 1,5, 1,7 chili, che non potevo sparare perché pesavano meno dei 2 chili imposti dal regolamento. Poi è arrivato questo esemplare enorme e non me lo sono fatto scappare. Anche questo è stato un momento di grande emozione».
Come vedi il livello internazionale oggi: aumentano i fattori di casualità per via dei campi ristretti e dei tanti atleti; come valutare equità e sportività?
«Oggi il livello internazionale è davvero alto. Molte nazionali sono ormai competitive per la vittoria, cosa che forse anni fa non accadeva. Squadre come Tahiti, con quasi due mesi di preparazione, o il Cile, con un mese e mezzo, rappresentano oggi realtà davvero solide, con risorse importanti che fino a qualche tempo fa non avevano. Ciò significa che il livello generale è elevatissimo, siamo tutti lì. In queste condizioni, a vincere è la strategia: chi ci crede di più, chi non sbaglia nulla alla fine porta a casa il risultato. Non si tratta di coincidenze: i migliori sono sempre lì, tra i primi 7, 10 posti. Magari una volta è più bravo uno e un’altra fa meglio l’altro, ma il livello complessivo è come detto altissimo e la competizione è sempre serrata».
Guardando alla tua vittoria mondiale in Sardegna (nel 2021) e al podio in Brasile, come descriveresti la tua evoluzione tecnica e mentale?
«Se ripenso alla mia vittoria in Sardegna nel 2021, passando poi al terzo posto nel Campionato del Mondo in Spagna nel 2023, è stato un percorso incredibile. Sono cresciuto molto, anche partendo dal Mondiale di Syros, dove arrivai quinto. Dal 2016 a oggi ho lavorato tantissimo, dedicandoci tanto tempo ed energia, andando a pescare in altri posti, non solo nel Mediterraneo, ma anche nell’Atlantico e nell’Oceano Indiano per capire quante più cose possibili. E infatti oggi riesco a destreggiarmi abbastanza rapidamente ovunque, capire che tipo di gara vado ad affrontare, quali strategie adottare e cosa darà i migliori risultati. Soprattutto, riesco a capirlo subito, anche durante la gara. Adesso prendo decisioni sul momento, ho intuizioni rapide che qualche anno fa avrei impiegato più tempo a valutare. Ora ho la giusta intuizione in un clic».
Quali sono i tuoi progetti a breve termine e come ti stai preparando per le prossime grandi sfide?
«Ho fatto una breve pausa dopo il Mondiale e poi sono tornato di nuovo in acqua in Grecia. A dicembre sono stato a Dubai a lavorare per il nostro charter e, naturalmente, a prescare; ho preso diversi King mackerel, lì ci sono esemplari davvero grandi. Infine sono tornato in Grecia, dove continuerò ad allenarmi fino al momento del prossimo Campionato Italiano, che si svolgerà in Sicilia».
Giacomo, molti “appassionati “del settore ti davano per spacciato in Brasile… poi però sul campo hai risposto alla grande. Oggi, dopo questa prestazione, hai qualcosa da dire?
«Molti hanno pensato che fossi spacciato, ma chi lo pensa davvero sono persone che non mi conoscono bene, o che si basano solo sul sentito dire, come “De Mola pesca solo fondo e poco altro”. Sono persone che non hanno approfondito, che non hanno visto cosa ho saputo fare in tutti questi anni. Ma non c’è problema, ho risposto con tre podi consecutivi, e so chi sono. L’ho già detto in un video: conosco il mio valore, quindi non mi lascio influenzare da ciò che si legge, da giornalisti un pò strani o da appassionati che hanno idee sbagliate.
«Cosa significa per me questo risultato? Significa aver guadagnato ancora più forza mentale e consapevolezza del mio potenziale. È stato bellissimo, davvero bellissimo. Dopo questo secondo posto, tantissimi atleti di tutte le nazionalità sono venuti a parlarmi, a congratularsi per come avevo gareggiato. Era già successo durante il Campionato Europeo in Tunisia, e questa stima l’ho vissuta di nuovo in Brasile. Mi ha fatto davvero piacere. È qualcosa di indescrivibile, bellissimo. Questo calore, questa vicinanza la porto ancora dentro e probabilmente la porterò con me per tanto tempo».
Ringraziamenti?
In primis, un grazie particolare a Fabio, che per me è stato fondamentale. Ci siamo trovati benissimo, dentro e fuori dall’acqua. Un grazie anche a tutti gli altri ragazzi: Luigi e Alfonso, fantastici, ma anche Andrea, Luca e tutti gli altri. Ci siamo trovati alla grande. E un grazie speciale anche al Marco Bardi e a Sandro Congedo, che sono stati fantastici con noi in acqua, aiutandoci in giornate davvero difficili. E naturalmente un grazie alla Federazione, che ci ha permesso di essere sul posto per preparare al meglio».

