

Siamo nel cuore dell’Alto Lazio, lungo un litorale che alterna ampie spiagge sabbiose, secche isolate, canaloni e zone miste, creando un habitat estremamente vario. Il pesce c’è ed è abbondante, ma per prenderlo occorre strategia, tecnica e studio di venti e correnti. Le grosse cernie e le corvine della Secca dell’Ala
Emiliano Brasini
Ci sono tratti di costa che non si concedono subito. Vanno letti, osservati, interpretati. Montalto di Castro è uno di questi: un mare apparentemente semplice, ma capace di sorprendere chi sa ascoltarlo. Qui la pesca non è mai scontata, ed è proprio questo a renderlo affascinante.
Siamo nel cuore dell’Alto Lazio, lungo un litorale che alterna ampie spiagge sabbiose, secche isolate, canaloni e zone miste, creando un habitat estremamente vario. Un territorio ideale per costruire un itinerario tecnico e stimolante, adatto a chi ama adattarsi alle condizioni e a ragionare strategicamente.
L’uscita ideale inizia con mare calmo. E’ fondamentale osservare il colore dell’acqua, la direzione della corrente e la presenza di schiuma, soprattutto nei giorni successivi a una mareggiata. Le prime batimetriche, tra i 3 e i 6 metri, sono un ottimo punto di partenza. Sabbia e posidonia si alternano dando vita a corridoi naturali dove non è raro incontrare spigole in caccia, soprattutto all’alba o al tramonto. È una pesca di attesa, fatta di silenzi e piccoli spostamenti, dove la calma paga più della frenesia.
Da Lido di Tarquinia fino ad Ansedonia, poco prima del promontorio dell’Argentario, la costa è bassa e prevalentemente sabbiosa. Un colpo d’occhio che potrebbe far pensare a fondali di scarso interesse. In realtà, è vero esattamente il contrario, in particolare il discorso vale per quelli compresi tra Lido di Tarquinia e Marina di Montalto, che sono tra i più interessanti, vari e tecnici dell’intero litorale.
Lido di Tarquinia sorprende per la presenza di ampie buche rocciose, piccoli isolotti sommersi e gruppi di massi isolati che emergono improvvisamente dalla sabbia. Il paesaggio subacqueo alterna lunghi tratti di sabbia e detrito a zone spesso ricoperte da estese praterie di posidonia, creando una morfologia tutt’altro che monotona.
Proprio lungo i bordi di queste praterie non è raro incontrare salti di fondo anche di 4 o 5 metri, vere e proprie “scalinate” sottomarine che, seguendo il profilo del terreno, possono ricordare autentiche falesie rocciose. Dislivelli che concentrano vita e che rappresentano punti chiave per chi sa leggere il mare e adattare la propria azione.
Oltre la batimetrica dei 30 metri, il fondale diventa prevalentemente fangoso, ma anche qui la continuità viene spezzata dalla presenza di costoni rocciosi e formazioni isolate, sparse come isole nel sedimento. Strutture profonde che sono state per anni meta dei corallari della zona: il corallo raccolto, non di qualità eccelsa, veniva tradizionalmente inviato a Torre del Greco e mescolato a quello proveniente dalla Sardegna.
Vista dalla superficie, può apparire come una costa semplice e poco attraente, invece sott’acqua rivela un mosaico complesso di ambienti davvero interessanti. Un mare che premia l’esperienza, la pazienza e la capacità di andare oltre le apparenze: qualità fondamentali per ogni vero pescatore.
La Secca dell’Ala
Il tratto più affascinante e suggestivo dell’intera zona è senza dubbio questa secca, un luogo che unisce storia, mare e grande pesca. Qui, riposa un “frammento” della Seconda Guerra Mondiale: l’ala di un bombardiere americano, un relitto carico di significato e memoria.
Si tratta di un sito ormai noto e documentato: qualche anno fa la vicenda è stata persino riconosciuta ufficialmente, con la presenza di militari e parenti americani giunti fin qui per commemorare i caduti.
L’ala è oggi segnalata da un gavitello posizionato dagli operatori subacquei e rappresenta un punto di riferimento preciso. Intorno e sotto questa imponente struttura non è raro incontrare cernie di taglia importante, spesso adagiate nei pressi o direttamente al riparo sotto l’ala stessa, sfruttandone l’ombra e la protezione. Sono poi presenti, sempre sotto l’ala, grosse mostelle: prede facili, quasi “scontate”, che consiglio di non insidiare. Si tratta di animali poco sportivi in questo contesto, inoltre regolarmente fotografati dai subacquei che visitano il sito con le bombole.
Poco distante dall’ala principale si trovano altri detriti del bombardiere, probabilmente appartenenti alla seconda ala. In uno di questi elementi è ancora visibile una ruota del carrello, rimasta incredibilmente in posizione di chiusura. All’interno di questa struttura trovano rifugio gronghi e murene di notevoli dimensioni. A breve distanza, infine, si incontra un tripode frangiflutti, una struttura artificiale che nel tempo è diventata una vera e propria tana naturale. Ci vivono grossi scorfani rossi, spesso ben mimetizzati, che sfruttano il cemento come rifugio ideale.
Il cuore della secca è caratterizzato da una grande distesa di cervello di grotto basso e molto esteso, uno di quegli ambienti che da soli giustificano un tuffo. Non è raro incontrarci branchi di corvine “al libero”, spesso anche di taglia, che stazionano in zona. Situazioni affascinanti, tecniche e mai banali, dove è fondamentale saper leggere il comportamento del pesce prima ancora di pensare al tiro.
Mi ha raccontato Fabio Antonini che negli anni ‘90 la presenza delle cernie, anche di grandi dimensioni, era imponente, pesci che trovavano riparo, appoggiandosi come fossero scorfani, tra le fessure verticali del grotto. Prede facili di un tempo ormai passato.
Il versante di Levante degrada dolcemente verso la prateria di posidonia. Qui il fondale si fa più regolare, ma tutt’altro che povero: con l’aiuto dello scandaglio, seguendo i segnali delle mangianze, è possibile individuare piccole rocce di grotto isolate coperte completamente dalla poseidonia , veri e propri magneti per il pesce. In alcuni periodi dell’anno questi spot vengono frequentati dai grossi dentici, che arrivano in cerca di cibo. Portarne a termine la cattura in queste condizioni non è solo una laurea in pesca subacquea, ma una laurea con lode, vista la difficoltà e la diffidenza di questi predatori.
Il lato di Ponente, invece, mostra un fondale completamente diverso, caratterizzato da un misto di alghe, con abbondante presenza di “bambacino” e gorgonie dimorfiche, che regalano spesso belle sorprese. Tra le spaccature e gli anfratti della roccia si aprono tane profonde, rifugio ideale per le grosse cernie brune, da insidiare all’agguato, con grande attenzione e rispetto dei tempi.
Il lato della secca rivolto verso la Sardegna è senza dubbio quello che prediligo. Un’area caratterizzata da sassi di grotto isolato, autentiche isole sommerse che offrono rifugio e habitat alle grosse cernie e ai branchi di corvine, talvolta con esemplari che superano abbondantemente i 2 chilogrammi.
In questa zona non mancano i cigli di grotto, alcuni dei quali si sviluppano anche per 40, 50 metri, con spaccature lunghe e strette. Ambienti suggestivi, quasi irreali, dove trovano rifugio aragoste e astici, rendendo l’esplorazione subacquea affascinante anche dal punto di vista puramente naturalistico.
È un tratto di fondale che invita più all’osservazione che all’azione, dove la pesca si fonde con il piacere della scoperta e del rispetto per il mare. Un luogo che lascia il segno e che ogni volta riesce a raccontare qualcosa di nuovo.
L’itinerario di Montalto di Castro è uno di quei tratti di mare che non si concedono subito. In superficie appare semplice, quasi anonimo, ma è sott’acqua che rivela la sua vera identità: un fondale complesso, ricco di storia, di struttura e di vita, capace di mettere alla prova anche il pescatore più esperto.
Dalle distese sabbiose interrotte dalle praterie di posidonia alle secche cariche di fascino e memoria, fino alle grotte profonde e agli agglomerati rocciosi isolati, ogni ambiente richiede rispetto, lettura del mare e capacità di adattamento. Qui non vince la fretta, ma l’osservazione; non la forza, ma la strategia.
Ecco perché Montalto di Castro non è una destinazione per tutti, ed è proprio questo il suo valore. Chi saprà comprenderla, tornerà a casa con qualcosa in più di un carniere: un’esperienza che resta.

