

Tra il 19 e il 21 gennaio il Mar Mediterraneo ha vissuto uno degli eventi meteorologici più estremi mai documentati. Il passaggio del ciclone extratropicale “Harry”, sviluppatosi su un Mediterraneo insolitamente caldo, ha generato condizioni marine eccezionali, culminate nella misurazione di un’onda massima di circa 16,6 metri nel Canale di Sicilia
Emiliano Brasini
Il dato, registrato da una boa ondametrica della Rete Nazionale ISPRA, rappresenta la più alta onda mai rilevata strumentalmente nel mare nostrum. Non si tratta di una stima visiva o di un’esagerazione giornalistica, ma di un valore certificato da strumenti scientifici utilizzati per il monitoraggio continuo dello stato del mare.
È fondamentale chiarire subito un aspetto tecnico spesso frainteso: l’onda di 16,6 metri è una “onda massima”, ovvero il singolo picco più elevato registrato durante la tempesta. L’altezza significativa delle onde (Hs), cioè la media del terzo più alto delle onde presenti, era inferiore, ma comunque su valori straordinari per il bacino mediterraneo, storicamente considerato un “mare chiuso” e meno energetico rispetto agli oceani.
Eppure, Harry ha dimostrato che questa distinzione non è più così netta.
Perché il Mediterraneo sta diventando più violento
Il Mediterraneo è oggi uno dei “climate change hotspot” globali: si riscalda più velocemente della media mondiale. Le temperature superficiali del mare (SST) negli ultimi anni hanno spesso superato le medie stagionali di +1,5 / +2 °C, creando un’enorme riserva di energia disponibile per i sistemi atmosferici. Questo comporta conseguenze dirette:
Il ciclone Harry non è stato un uragano tropicale in senso classico, ma un sistema ibrido, alimentato dal contrasto tra aria fredda in quota e acque superficiali anormalmente calde. In altre parole: il Mediterraneo inizia a comportarsi, a tratti, come un oceano in miniatura. Questo cambia completamente il paradigma con cui, per decenni, sono state pensate:
Le coste italiane: fragili per natura, ora esposte
L’Italia ha oltre 8.000 km di costa, gran parte dei quali caratterizzati da:
Eventi come quello generato da Harry producono tre effetti principali sulle coste:
a) Erosione accelerata
Onde lunghe e potenti riescono a raggiungere zone che normalmente non vengono mai interessate dal moto ondoso, asportando sedimenti e destabilizzando fondali e falesie.
b) Alterazione dei fondali costieri
Le mareggiate estreme rimescolano i primi metri di fondo, modificando habitat delicati come:
c) Impatto sulle attività umane
Porti danneggiati, imbarcazioni distrutte, interruzione della pesca professionale e sportiva, con ripercussioni economiche importanti.
Cosa significa tutto questo per la pesca subacquea
La pesca in apnea è probabilmente l’attività di prelievo più direttamente legata allo stato reale del mare poiché l’appassionato entra fisicamente nell’ambiente, percepisce in prima persona correnti, torbidità, variazioni di temperatura e osserva i cambiamenti del comportamento dei pesci prima di chiunque altro.
Negli ultimi anni molti praticanti segnalano: stagioni sempre più irregolari, mare “buono” meno prevedibile, correnti anomale anche sotto costa, improvvisi cambi di visibilità e assetto del fondale.
Eventi estremi come quello del ciclone Harry lasciano un’eredità che può durare settimane o mesi fatta di fondali smossi, tane chiuse o distrutte, pesce spostato o stressato, aumento del rischio per la sicurezza.
Etica del prelievo in un mare che cambia
In questo contesto, la pesca subacquea regolamentata assume un ruolo centrale. Non come problema, ma come parte della soluzione culturale. Il pescatore subacqueo consapevole, infatti, seleziona il prelievo, conosce le specie e i periodi biologici, rinuncia quando le condizioni non sono sicure, diventa testimone diretto dello stato del mare.
In un Mediterraneo sempre più stressato, l’equilibrio non si costruisce con divieti indiscriminati, ma con conoscenza, responsabilità, rispetto delle regole, dialogo tra scienza e praticanti.
Ecco perché la pesca subacquea, se praticata correttamente, resta la tecnica di prelievo meno impattante in assoluto, soprattutto se confrontata con sistemi industriali o illegali che agiscono senza selezione.
Adattamento, non allarmismo
Il ciclone Harry non deve essere letto solo come un evento eccezionale, ma come un segnale. Il Mediterraneo sta cambiando e continuerà a farlo. Serve dunque un monitoraggio ondametrico e climatico costante, una gestione costiera più intelligente, una cultura del mare aggiornata ai nuovi scenari.
Per i pescatori subacquei questo significa: maggiore attenzione alla sicurezza, studio delle nuove dinamiche marine, difesa della pratica etica contro generalizzazioni e disinformazione.
L’onda da quasi 17 metri generata dal ciclone Harry non è solo un record statistico. È il simbolo di un Mediterraneo che non è più quello di trent’anni fa. Un mare più caldo, più energetico, più imprevedibile. Un mare che chiede rispetto, conoscenza e capacità di adattamento.
In questo scenario, la pesca subacquea responsabile può e deve continuare a esistere, come espressione di un rapporto diretto, consapevole e sostenibile con il mare.
Fonti
Credit: PalermoToday

